Attualità

Migranti & violenze. In Libia 600 persone sparite e spunta un'altra prigione segreta

Nello Scavo sabato 22 febbraio 2020

Migranti in un centro di detenzione libico. Ce ne sono anche di segreti, dove è ancora più facile per autorità e miliziani commettere abusi di ogni tipo e anche usare le persone come schiavi

Un’altra prigione segreta, dove nascondere i migranti catturati in mare e tenerli alla larga dalle verifiche delle organizzazioni internazionali. L’ennesimo luogo di tortura da cui si può uscire solo pagando le guardie. «Mi hanno chiesto 700 euro», dice uno dei migranti che con pochi altri è riuscito a scappare dopo aver fatto arrivare attraverso amici in Europa e parenti in patria il riscatto di mille dinari libici.

Grazie a queste testimonianze è stato possibile individuare un’area, alla periferia di Tripoli e lungo la strada per Zawiyah, nella quale i migranti sarebbero stati ammassati dalle autorità libiche. Le coordinate geografiche indicano una serie di edifici a est della capitale, non lontano da un’arteria costiera in mezzo a edifici governativi e quartieri densamente popolati. La struttura, però, non risulta in nessun elenco ufficiale noto dalle organizzazioni internazionali.

A denunciare ufficialmente la scomparsa di centinaia di persone erano stati i funzionari delle Nazioni Unite. A settembre il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, era stato chiaro: «La Guardia costiera libica trasferisce migranti in centri di detenzione non ufficiali», dove si ritiene che funzionari del governo «vendano i migranti ai trafficanti di uomini».

Solo nelle prime due settimane di gennaio «circa 1.000 migranti sono stati riportati in Libia e 600 di loro sono stati trasferiti in una struttura controllata dal ministero dell’Interno libico. Di questi migranti non si ha più notizia». L’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) ha lanciato un appello alla comunità internazionale, a cominciare dall’Unione Europea, affinché si trovino «alternative e meccanismi di sbarco sicuri».

Altri rifugiati sono stati spostati nella famigerata prigione di Triq al Sikka, in passato al centro di gravi episodi di sevizie e scontri con i guardiani. «A dieci mesi dall’inizio del conflitto – dice l’Oim – in Libia la situazione umanitaria continua a peggiorare. Oltre 2.000 migranti sono ancora detenuti in condizioni drammatiche, e gli operatori umanitari hanno sempre più difficoltà pratiche nel fornir loro assistenza».
Al 21 febbraio 1.737 rifugiati e i migranti sono stati intercettati in mare dalla cosiddetta Guardia costiera e riportati in Libia in violazione delle norme internazionali sul respingimento.

«La Libia in alcun modo può essere considerato un Paese sicuro di sbarco per migranti e richiedenti asilo», ribadiscono le Nazioni Unite. «Il 18 febbraio c’è stato un netto aumento» delle attività «con tre operazioni registrate quel giorno, per un totale di 535 persone», annota l’ultimo report di Unhcr-Acnur. «La maggior parte sono stati trasferiti in centri di detenzione delle autorità libiche», si legge nell’aggiornamento dell’alto commissariato per i rifugiati.

La maggioranza dei migranti intercettati proviene dal Sudan, dalla Somalia, dall’Eritrea, dall’Etiopia e dalla Palestina, tutte nazionalità che avrebbero diritto alla protezione umanitaria in Europa.

Maggior cura, però, sembra vi sia per gli animali. Migliaia di cammelli in marcia nella notte, in fuga dal porto di Tripoli bombardato dalle forze del generale Khalifa Haftar sono stati fotografati testimoniando le conseguenze del conflitto.

Secondo ricostruzioni diffuse dal portale "Alwasat Libya" e da testate internazionali, a decidere per il trasferimento dei quadrupedi sono stati i commercianti-proprietari, preoccupati per la perdita del bestiame. I cammelli, circa 3mila, richiesti in Libia anche per la loro carne, sarebbero stati importati dall’Australia. Secondo testimonianze concordanti, gli animali hanno percorso in una notte circa 45 chilometri, giungendo nei pressi della città di Zawiyah, a ovest della capitale. Durante il tragitto, a Janzour, un sobborgo di Tripoli controllato dalle milizie, 125 esemplari sarebbero stati confiscati da un gruppo armato. Un dazio pagato per poter proseguire la corsa verso il confine con la Tunisia.

Nessuno scampo invece per i profughi rinchiusi in promiuscuità, senza assistenza né garanzie.

Persone «sistematicamente sottoposte a detenzione arbitraria e tortura» da parte di «funzionari governativi», denuncia l’ultimo report del segretario generale Guterres, consegnato al Consiglio di sicurezza a fine gennaio. «Vi sono serie preoccupazioni riguardo al trasferimento di migranti intercettati dalla Guardia costiera libica verso centri di detenzione ufficiali e non ufficiali», dove si hanno notizie di «omicidi illegali» che, aveva detto, sono diventati «molto diffusi».