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Libia. Mercenari e migranti. Tra naufragi e intrighi. E l’Aja accusa Europa e Italia

Nello Scavo mercoledì 19 maggio 2021

Le notizie dell'ultima mattanza, con 50 persone annegate e altri due barconi dispersi, arrivano poche ore dopo l’atto d’accusa della procura internazionale dell’Aja che imputa alla Libia l’impunità di cui godono i trafficanti. E ai partner di Tripoli, tra cui Italia e Unione Europea, di non essersi impegnati per «prevenire ulteriori tragedie e crimini». Mentre sempre dalla Tripolitania, per conto di Erdogan, arriva una nuova sfida all’Italia.
Gli investigatori del Tribunale internazionale dell’Aja continuano a ricevere «informazioni sui crimini ancora in corso, che vanno dalle sparizioni e detenzioni arbitrarie a omicidi, torture e violenze sessuali e di genere», si legge nell’ultima relazione semestrale consegnata dalla procuratrice Fatou Bensouda al Consiglio di sicurezza Onu.
Fra le ultime tragedie Bensouda sta investigando anche sull’omissione di soccorso e lo scaricabarile tra Italia, Malta e Libia, quando furono lasciate affogare 130 persone che da due giorni chiedevano soccorso e la cui esatta posizione era stata segnalata anche da un aereo di Frontex. «I recenti report su un altro naufragio nell’ultima settimana di aprile 2021 che ha portato alla morte di oltre 100 migranti, così come i report sul continuo abuso e sfruttamento dei migranti -si legge ancora nella relazione -, sottolineano l’urgente necessità per le autorità nazionali, i Paesi partner e le agenzie di intensificare i loro sforzi per prevenire ulteriori tragedie e crimini».
Fino ad ora la corte penale ha avuto le mani legate dal mandato del Consiglio di sicurezza, che nel 2011 aveva autorizzato investigazioni per i soli crimini di guerra, lasciando così campo libero ai trafficanti di esseri umani. Ma gli investigatori inviati direttamente sul terreno hanno accertato che «il traffico di persone è documentato come risultato diretto o indiretto del conflitto in Libia». Dunque la procura internazionale ha titolo per spiccare mandati di cattura e non solo per trasmettere informazioni investigative ad altri Paesi. Come avvenuto con l’Italia permettendo collaborando all’arresto di alcuni torturatori condannati nei mesi scorsi in Sicilia per i crimini commessi in alcuni campi di prigionia ufficiali.
«Negli ultimi sei mesi, l’Ufficio del procuratore ha continuamente ricevuto e raccolto informazioni credibili e prove sostanziali su gravi crimini che si presume siano stati commessi in centri di detenzione ufficiali e non ufficiali in Libia», ribadisce Bensouda che il 15 giugno concluderà il suo mandato.
Nonostante si parli di progressiva stabilizzazione, niente è davvero cambiato per gli stranieri. L’Aja anche in questi ultimi giorni documenta crimini «su larga scala: violenza sessuale, trattamento inumano e detenzione arbitraria». Violazioni «ampiamente denunciati per anni, ma finora nessuno è stato ritenuto responsabile».
L’unico arresto da parte della procura generale di Tripoli ha riguardato il comandante al-Milad “Bija”, il quale nelle settimane scorse ha riguadagnato la libertà e la promozione al grado di maggiore.
«La portata di questi presunti crimini è ampia», si legge ancora, e riguarda sia i centri di detenzione per migranti che le carceri dove sono rinchiusi in promiscuità detenuti in attesa di giudizio, migranti irregolari, avversari politici, criminali comuni. La missione Onu a Tripoli (Unsmil) secondo quanto riporta la procuratrice Bensouda «riferisce che più di 8.850 persone sono detenute arbitrariamente in 28 carceri ufficiali in Libia sotto la custodia della polizia giudiziaria, con una percentuale stimata tra il 60 e il 70 per cento in custodia cautelare. Altre 10.000 persone sono detenute in altre strutture di detenzione gestite da milizie e gruppi armati, tra cui circa 480 donne e anche bambini».
Ad oggi, però, le Nazioni Unite non hanno libero né facile accesso ai luoghi di reclusione. «Ribadisco l’importanza fondamentale per gli osservatori e gli investigatori internazionali - insiste Bensouda - di avere pieno accesso a tutte le strutture di detenzione».
L’Onu ha chiesto a Turchia e Russia di richiamare indietro i mercenari. Molti però non avrebbero intenzione, ne sufficienti garanzie per un "rientro morbido", specie fra i mediorientali arruolati dalla Turchia, che però non li rivuole tra i piedi. Il timore è che Erdogan, dopo le aggressioni ai pescherecci italiani e le accuse di Draghi che lo ha dipinto come "dittatore", possa spingere ex combattenti a rifarsi una vita in Europa, spaventando le autorità italiane e innescando nuove tensioni politiche interne.
"I crimini commessi da mercenari e combattenti stranieri sul territorio libico possono rientrare nella giurisdizione del tribunale, indipendentemente dalla nazionalità delle persone coinvolte", ha detto Bensouda. Il numero di stranieri armati viene stimato da diplomatici Onu in circa 20.000 ed è molto variegato: si va, in appoggio al generale Khalifa Haftar,dai mercenari russi del gruppo privato Wagner collegato al Cremlino, a quelli ciadiani e sudanesi; ci sono poi combattenti siriani appoggiati da Ankara e soldati turchi schierati in base a un accordo bilaterale con il precedente governo di Tripoli. Mentre in teoria il governo del premier Abdel Hamid Dbeibah ha autorità su tutta la Libia, le forze di Haftar controllano ancora l'est e parte del sud.