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Libia. Ecco le prove: sui pescatori gli spari da una motovedetta donata dall’Italia

Nello Scavo venerdì 7 maggio 2021

La prova è nei filmati della Marina militare italiana. Una motovedetta libica dopo avere sparato in direzione dei motopesca italiani si avvicina fino quasi ad abbordare uno dei pescherecci della marineria di Mazara del Vallo. E’ una motovedetta della cosiddetta guardia costiera di Tripoli. Pochi giorni fa il comando della missione navale Irini aveva ribadito di rapportarsi solo con quella “guardia costiera”, con cui l’Italia ha rapporti consolidati, e non con le altre milizie del mare. Ora questa foto conferma, per l’ennesima volta, quale sia l'affidabilità del partner di Roma in Libia.

C’è di più, la motovedetta “660” ribattezza con il nome di “Ubari”, è uno di quei brutti affari che coinvolge diversi governi italiani. Come mostrano le foto che qui pubblichiamo, la nave che era appartenuta alla Guardia di finanza italiana era stata consegnata nel novembre del 2018 a un equipaggio libico che dopo un periodo di addestramento nel nostro paese aveva preso in carico la “660” nel porto di Messina. Il 26 novembre la “Ubari” era giunta a Tripoli mentre la stampa libica attendeva sul molo della capitale.

Rientrava tra i “doni” promessi all’epoca del governo Gentiloni su spinta dell’allora ministro degli Interni Marco Minnniti. Ma la consegna avvenne quando a Palazzo Chigi sedeva oramai Giuseppe Conte e il ministro dell’Interno era Matteo Salvini. Governo che ha poi riconfermato il memorandum d'intesa con Tripoli.

Il confronto tra le immagini riprese dalla Marina Militare ieri e quelle della consegna della Ubari non lascia dubbi. A sparare contro i pescatori siciliani in acque internazionali antistanti la Tripolitania è stata la motovedetta libica “660” nel tratto di Mediterraneio che la Libia all’epoca di Gheddafi aveva unilateralmente dichiarato “zona di pesca esclusiva”. Il pattugliatore di Tripoli, equipaggiato con radar forniti dall’Italia, e che riceve regolare manutenzione nel porto di Tripoli proprio da una nave officina della Marina italiana (anche i pezzi di ricambio sono a spese dell’Italia), pur sapendo che in zona vi era la nave militare italiana Libeccio, non ha ritenuto di contattare i colleghi della Marina tricolore per chiedere ai motopesca di allontanarsi.

Il pattugliatore libico “Made in Italy” è anche al centro di una battaglia politica internazionale. Il 23 ottobre 2020 “Avvenire” aveva pubblicato le immagini della “660 - Ubari” nel molo di Tripoli mentre alcuni ufficiali turchi davano disposizioni ai marinai libici. Da allora non si sa con esattezza da chi la cosiddetta guardia costiera libica prenda davvero gli ordini.

Non bastasse, un paio di settimane fa Ubari non accese i motori quando gli fu chiesto da Frontex e dal coordinamento dei soccorsi di Roma di partecipare alle ricerche di un gommone di migranti alla deriva nella tempesta. Morirono 130 persone.