Attualità

Migrazioni. Malta chiede all'Ue di riconoscere la Libia come porto sicuro

Nello Scavo sabato 25 aprile 2020

I seguiti e le reazioni per la strage di 12 migranti avvenuta nelle acque tra Malta e Libia nei giorni appena dopo Pasqua non smettono di offrire sorprese. Alla flotta fantasma di pescherecci libico-maltesi utilizzati da La Valletta per respingere illegalmente i naufraghi verso i campi di prigionia libici, si aggiunge un piano deliberato per ottenere denaro dall’Ue e far dichiarare la Libia “porto sicuro”.
Il documento del governo laburista maltese, inviato a Bruxelles, contiene alcuni dei punti chiave del progetto. Da una parte Malta si fa portavoce delle istanza libiche, chiedendo 100 milioni all’Ue da destinare a Tripoli in favore della popolazione locale e dei migranti nei campi di prigionia. Dall’altro si mette a disposizione per per gli “acquisti” di materiale sanitario che il governo libico dovrebbe affrontare con lo stanziamento chiesto all’Unione europea.


La lettera reca la data del 13 aprile.Da almeno tre giorni il barcone con 63 migranti era alla deriva. Frontex, come ha dichiarato ad Avvenire con una nota ufficiale, aveva avvertito Roma e La Valletta, ma mentre le richieste di Bartolo prendevano la via per Bruxelles, nessuno interveniva per soccorrere i naufraghi. Giorni dopo Malta incaricherà un motopesca di riportare i profughi in Libia, dopo che 7 risultavano già disperse in mare a 5 sono morti senza alcun aiuto medico durante le ore di navigazione verso la Libia.

Non bastasse, nelle due pagine vergate dal ministro degli Esteri Evaris Bartolo, viene agitato lo spauracchio dei “650 mila migranti pronti a partire per l’Europa”. Una ipotesi smentita da tutte le intelligence, ma che periodicamente viene adoperata da Italia e Malta, in coro oppure a voci alterne, per ottenere l’irrigidimento nelle politiche di accoglienza e intanto legittimare il lavoro sporco delle milizie sul campo, le uniche in grado di decidere quanti stranieri mettere sui gommoni e quando, in cambio di “aiuti”, serrare le coste. Secondo Malta, in questo in sintonia con l’Italia, va intensificato il sostegno alla cosiddetta guardia costiera libica, che debitamente equipaggiata può consentire il riconoscimento di Tripoli come “porto sicuro di sbarco”. Una definizione, questa, sconosciuta al diritto internazionale che contempla il “place of safety”, cioè il “luogo sicuro” e non il mero “porto”.
Nel testo il ministro Bartolo usa un argomento consueto: Malta è una piccola isola e non può certo farsi carico di un fardello così pesante come può essere il soccorso in mare e l’accoglienza a terra dei profughi. Ancora una volta però, La Valletta non sembra disposta a rinunciare alla ragione principale di questa responsabilità. Che non è solo la vicinanza alle coste libiche, ma l’avere ottenuto la giurisdizione su un’area di ricerca e soccorso (Sar) ampia 750 volte l’estensione dell’isola, un caso quasi unico al mondo. Circostanza che permette anche di far circolare indisturbati una serie di traffici su cui più volte si sono espressi anche gli investigatori Onu in Libia, a proposito della filiera del contrabbando del petrolio dall’Africa del Nord all’Europa passando per Malta.
L’inchiesta di Avvenire sulla “strage di Pasquetta” ha suscitato clamore in terra maltese, dove la Chiesa è scesa apertamente in campo a sostegno della difesa dei diritti umani, semmai incoraggiando il governo de La Valletta a chiedere una effettiva redistribuzione nel resto d’Europa.

"La pandemia non dovrebbe essere una scusa per lasciare che gli esseri umani muoiano nel Mediterraneo", ha dichiarato padre Barrios Prieto, Segretario Generale della Comece, la Commissione delle conferenze episcopali della Comunità Europea in riferimento ai molti migranti che negli ultimi giorni non sono stati fatti sbarcare in modo tempestivo da Italia e Malta. Perciò la Comece chiede "un meccanismo di solidarietà prevedibile concordato tra gli Stati membri". La Commissione condivide le preoccupazioni espresse dalla Conferenza Episcopale Maltese a proposito del barcone abbandonato alla deriva per cinque giorni “in una situazione estremamente precaria nell'area di ricerca e soccorso affidata a Malta e infine ricondotte in Libia”.
A Malta intanto si riaffacciano figure che le cronache internazionali credevano di aver oramai archiviato. Tra questi Neville Gafà, già capo di gabinetto dell’esecutivo defenestrato a causa dello scandalo sui mandanti e gli interessi occulti dietro all’omicidio di Daphne Caruana Galizia. Gafà, che continua a rivendicare il negoziato con la Libia per fermare le rotte dei migranti, senza avere ottenuto in cambio (come l’Italia del resto) alcun miglioramento nelle condizioni di vita nei campi di prigionia. Gafà, fra che ancora in questi giorni sta rilanciando vecchi filmati contro le Ong ampiamente smentiti dalle inchieste della magistratura italiana, fra l’altro era noto per avere a lungo attaccato Daphne Caruana Galizia, perfino facendo circolare immagini artefatte per irridere la giornalista che sarebbe poi stata uccisa con un’autobomba nell’ottobre 2017.