Attualità

LA RESA DEI CONTI. Letta gela il Pdl: prendere o lasciare

Arturo Celletti sabato 28 settembre 2013

«Voglio un chiarimento vero. Definitivo. Lo voglio ora e lo voglio "senza se e senza ma"». Enrico Letta per qualche istante resta in silenzio. Chi è in piedi davanti a lui guarda l’orologio: sono le 17 e 45 e Napolitano già l’aspetta al Quirinale. Il premier parla a voce bassa. Con la testa su una crisi che molti danno per inevitabile, ma a cui lui continua a non credere. «Voglio un patto sulle cose che servono al Paese. E una cosa deve essere chiara: la mia non è una prova di forza, semmai è una prova di responsabilità». Ancora una pausa. Leggera. Velata d’amarezza. «Non sono preoccupato per il mio futuro politico, ma solo per le prospettive generali dell’Italia. Ed è per questo che spero prevalga la responsabilità. Io chiederò un patto per tutto il 2014. Un impegno forte per strappare il Paese dallo stallo. Per farlo tornare a correre ora che la crisi sembra allentare la presa. Ma serve un sì convinto e corale. E non posso nemmeno pensare di andare avanti con una maggioranza di pochi voti».È la svolta. Letta ha scelto di andare dritto. Di non accettare mediazioni dannose al Paese. E davanti a Giorgio Napolitano non cambia linea. Anzi la rafforza. «Ho il dovere di andare alle Camere. Di capire se c’è un progetto condiviso. Di verificare se prevale la consapevolezza che la stabilità è vitale o se si impongono piccole inaccettabili furbizie». Il capo dello Stato ascolta in silenzio. Sa qual è la linea del premier. La capisce. La condivide. Letta trasforma la riflessione in un vero atto d’accusa. «Con questa storia delle dimissioni di massa si è passato il segno. È un gesto senza precedenti che non può restare senza conseguenze», ripete senza prendere fiato. Non c’è più mediazione. «Dovranno prendere o lasciare», va avanti Letta che scandisce ancora una volta quelle due parole destinate a fare titolo: «Prendere o lasciare».Il premier spinge nell’angolo il Pdl. Con parole nette. Forse inattese per la durezza. «Così non si va avanti, così la situazione non è più gestibile. O si rassegnano a separare la vicenda politica di Berlusconi dalla sfide del governo o ci si ferma qui. Il problema oggi è politico, non programmatico». Letta ripete quelle parole con forza. A Epifani. Ma soprattutto ad Angelino Alfano che vede a pranzo. C’è tensione, l’ombra della crisi si fa avanti minacciosa. Premier e vice sono distanti. A tratti le posizioni sembrano inconciliabili. Nel primo pomeriggio Alfano si sposta da Palazzo Chigi a Palazzo Grazioli per provare a far ragionare il Cavaliere. Si tenta una mediazione complicatissima. Si valuta lo scenario. Si ragiona sul fatto che il Pd scaricherà sul Pdl le responsabilità dell’aumento dell’Iva. Si studia il quadro, si mettono in fila le possibili ricadute. Con la crisi che succede? Berlusconi ferma con un gesto della mano carico di nervosismo quelle divagazioni. «Io voglio un segnale sulla decadenza altrimenti non cambio atteggiamento. Non possono negarci quel di più di approfondimento che avrebbe restituito serenità al dibattito», ripete con un tono della voce all’improvviso stranamente sereno.

Quando è notte i ministri riuniti a Palazzo Chigi per un primo confronto tutto politico provano a immaginare una via d’uscita che, però, sembra lontana. La tensione è altissima, l’odore di crisi più forte. Non perché i ministri del Pdl vogliono rompere, ma perché tornare indietro dopo la sfida delle dimissioni di massa appare terribilmente complicato. In una momento di pausa Letta parlotta fitto con Franceschini. «Non temo la crisi, temo più un galleggiamento che il Paese non capirebbe. Abbiamo emergenze drammatiche da vincere e ora è vitale un chiarimento vero. Poi vada come vada. Questo governo è nato in Parlamento e, se morirà, sarà sempre in Parlamento», ripete il premier. La linea dura è la sola possibile. Una linea pensata. E discussa con il Quirinale analizzando ogni rischio. Letta va dritto. Confortato anche da sondaggi inequivocabili: il settanta per cento degli italiani vuole che il governo vada avanti. «E dopo il viaggio negli Stati Uniti sono di più», sussurra l’inquilino di Palazzo Chigi. Non va avanti Letta, non dice quello che possono dire i suoi più stretti collaboratori: se si dovesse davvero arrivare a una crisi e a un successivo voto, un pezzo importante di elettorato del Pdl cambierebbe schieramento.

È però presto per soffermarsi sulle variabili. Ora si aspetta un primo chiarimento parlamentare. Letta lunedì o martedì andrà alla Camera e chiederà al Pdl di scegliere. Ma a notte fonda  il clima in Consiglio dei ministri sembra ancora più teso. Alfano si ribella: il Pd e Letta non provino a scaricare su di noi le responsabilità di una crisi. Poi reclama un chiarimento sulla giustizia: troppe ipocrisie, serve una soluzione per il Paese. Letta scuote la testa. Per il premier oggi le priorità sono altre: la legge di stabilità, il semestre di presidenza Ue, la crescita, le misure per l’occupazione. Cose da fare, ma il «Pdl dovrà avere la forza di slegare la vicenda Berlusconi dalle sfide che si aspetta il Paese».