Attualità

L'INCHIESTA. 1,5 miliardi: le spese a vuoto dello Stato

Giovanni Grasso sabato 7 dicembre 2013
In giro per il Bel Paese ci sono più di 400 opere pubbliche incompiute, costate allo Stato (e, quindi, al contribuente) più di un miliardo e mezzo di euro. Si tratta di scuole, caserme, ponti, strade, ospedali centri sportivi – voluti dallo Stato centrale o dagli enti locali – i cui lavori sono stati programmati e finanziati e poi si sono improvvisamente interrotti, lasciando spesso sul campo scheletri di costruzioni, veri monumenti all’inefficienza e allo spreco. A volte, addirittura, i lavori, dopo la posa della prima pietra, non sono nemmeno cominciati. In alcuni casi manca invece solo il fatidico metro per allacciare la strada al viadotto. Oppure tutto è a posto, costruito a regola d’arte, ma si attende il collaudo che non arriva. I manufatti, intanto, vanno in rovina. Con una perdita complessiva di risorse e di energie facilmente intuibile. Ci sono situazioni che rasentano il ridicolo e che provocano sdegno, come i 18 milioni di euro per la costruzione di un "centro natatorio" a Cassola (Vicenza), realizzato solo al 18 per cento. E notizia anche positive: la regione Piemonte ha da pochi giorni sbloccato i lavori per l’ospedale di Alba-Bra, costato 43 milioni e che ancora non è in funzione.L’impietosa fotografia di questa ennesimo capitolo di cattiva amministrazione viene, stavolta, proprio dall’interno dello Stato. Uno Stato che dimostra – almeno in questo caso – una volontà di riscatto. È stata infatti la direzione generale per la regolazione e i contratti del ministero delle Infrastrutture, guidata dall’avvocato Bernadette Veca, a monitorare la situazione e a pubblicare sul sito del ministero i dati divisi per Regioni. Un compito faticoso e complesso, svolto però tutto all’interno del ministero, a costo zero e senza far ricorso a risorse esterne. Una storia tutta italianaLa genesi di questa neonata anagrafe delle opere pubbliche incompiute – il cui nome tecnico è Simoi – racconta una storia tutta italiana. Perché è stata istituita dal governo Monti, con decreto del ministro competente Corrado Passera, solo nel 2011 ma perfezionata poi nel marzo di quest’anno. Questo significa che fino a pochi mesi fa lo Stato non era praticamente in grado di sapere che fine avevano fatto gli stanziamenti per le opere pubbliche. «Non dobbiamo stupirci – dice a questo proposito Angelo Artale, direttore generale di Finco, la Federazione che raccoglie le imprese che si occupano di costruzioni e terziario avanzato – perché il nostro, a differenza degli altri Paesi europei, non ha nemmeno il catasto delle strade e fa persino fatica a conoscere l’ammontare del patrimonio immobiliare pubblico. Tuttavia dobbiamo salutare l’anagrafe delle opere incompiute come un passo assolutamente positivo, che ci auguriamo possa far aprire gli occhi a una classe dirigente spesso disattenta». L’elenco delle quattrocento e passa opere incompiute è destinato ad allargarsi. Intanto perché all’appello mancano due Regioni importanti come la Sicilia e la Sardegna, che hanno fatto sapere che stanno ultimando il monitoraggio (si parla tra le 150 e le 200 opere ulteriori). Ma anche perché è possibile che qualche opera lasciata a metà sia sfuggita al censimento. Dentro la lista c’è un po’ di tutto. Storie e livelli di responsabilità diversa Non bisogna, infatti, fare di ogni erba un fascio. Spesso la colpa non è nemmeno tutta degli amministratori pubblici o della burocrazia. Ci sono casi in cui sono le ditte appaltatrici a fallire, costringendo gli enti pubblici a un lungo contenzioso legale. Oppure si sono verificati smottamenti imprevisti del terreno, dovuti a terremoti o a eventi atmoferici. Alcune opere, poi, non sono state terminate del tutto, ma vengono intanto utilizzate in parte dai cittadini. Ma ci sono anche esempi che sono la prova plastica di quanto un sistema legislativo farraginoso e antiquato e una burocrazia non sempre all’altezza dei suoi compiti blocchino con una cappa insostenibile le energie sane del Paese.Alessandro Cattaneo, sindaco di Pavia e vicepresidente Anci con delega al patrimonio, è addirittura furente: «Ho trovato i soldi a Pavia per restaurare un complesso artistico con chiostro e affreschi. Era un cantiere fermo da anni. Serve un’ultima firma, ma sono mesi che mi rimpallano tra ministero, Corte dei Conti... Il problema di questo Paese sono i lacci e i lacciuoli che ci impediscono anche a noi sindaci di liberare risorse e creare sviluppo». Cattaneo mette il dito su una piaga. Perché è molto difficile intervenire sulle opere incompiute per via di norme complicate e di non facile aggiramento. Norme complicate e farraginose«Servirebbe –spiega ancora Artale – che qualcuno dotato di autorità decidesse di sedersi al tavolino insieme agli enti appaltatori per decidere il destino delle opere incompiute. E affidarlo a persone competenti e capaci. Ci sono opere pubbliche che sono complete al 98 per cento, per le quali vale la pena reperire soldi per finirle. Altre, non strategiche, che hanno percentuali di avanzamento dei lavori ridicole, dell’1-2 per cento. Queste dovrebbero essere cassate, dovrebbero togliere loro i finanziamenti e destinarli alle opere più importanti o in via di completamento». E che fare degli scheletri di opere che non arriveranno mai a destinazione? «Andrebbero demoliti e i suoli recuperati a fini produttivi», dice Giuseppe Rizzuto, direttore generale di Itaca, l’organismo tecnico in materia di appalti della Conferenza dei presidenti di Regione. Ma anche in questo caso la normativa non aiuta. E, spesso, non ci sono nemmeno i soldi. Certo, la pubblicazione dell’anagrafe delle incompiute dovrebbe costituire un primo passo per un cambio deciso di rotta sulle "cattedrali nel deserto". Perché se è vero che nel mare magnum del debito pubblico un miliardo e mezzo di euro possono sembrare una goccia, ma è altrettanto vero che sono risorse sottratte all’economia  –  capaci di generare sviluppo –  e servizi negati per la qualità della vita dei cittadini. Ugo Cavallera, assessore alla Regione Piemonte, e presidente di Itaca conclude: «L’opportunità che si presenta oggi per il nostro Paese è quella di trasformare il danno, inerente all’immobilizzo di risorse pubbliche, in una opportunità». L’idea è di ripartire «proprio dal completamento delle opere pubbliche incompiute» in un momento di «evidenti difficoltà di reperimento di risorse finanziarie per la realizzazione di nuove opere da parte delle pubbliche amministrazioni».​​​