Attualità

Le omissioni sull?ambiente e sul referendum, le macchie potenziali del leader innovatore

EUGENIO FATIGANTE martedì 5 aprile 2016
Fosse un torero, del premier si potrebbe dire che sa prendere il toro per le corna. Un Renzi in versione accalorata lo ha provato alla direzione di ieri, conclusa come sempre - al di là delle attese alimentate alla vigilia - con un consenso pressoché unanime, con soli 13 no (su 111). Ha rintuzzato le critiche della sinistra interna, ha rivendicato l’esigenza di sbloccare le opere pubbliche e private ed è passato al contrattacco sui magistrati, richiamandoli alle loro responsabilità ed affermando (con il ricorso all’esempio di Salvatore Margiotta, senatore potentino del Pd assolto dalla grave accusa di corruzione dopo un calvario di 8 anni) che il garantismo e la certezza dei tempi della giustizia sono anch’essi elementi costitutivi di quella «sinistra» di cui la minoranza interna si sente unica depositaria. La 'vicenda Petrolio' esplosa in questi giorni con le dimissioni del ministro Guidi vive di due livelli. Quello più politico si tramuterà presumibilmente nel consueto gran polverone. Al momento - a meno di 'assi nella manica' celati dalla procura di Potenza - si può ritenere che l’inchiesta approderà a un nulla di fatto per le responsabilità della politica, e una fine simile subiranno anche le mozioni di sfiducia, cavalcate soprattutto dal M5S per ribadire la sua leadership all’opposizione. A preoccupare, semmai, è il 'non detto' del premier. In primo luogo la mancanza di ogni riferimento a quello che è il vero danno prodotto dalla vicenda: il rischio di disastro ambientale legato al presunto smaltimento di rifiuti e le sue conseguenze su un territorio già piagato dal mancato sviluppo. Eppure nessun cenno ne ha fatto Renzi. Allo stesso modo ha sorvolato sul paradosso insito nel referendum sulle trivelle del 17 aprile: lo scarto fra la posizione ufficiale sull’astensione - definita persino «sacrosanta» e ancor più 'stridente' per un leader non uscito da un voto popolare - e il fatto che il quesito stesso sia stato in larga parte promosso da governatori e amministratori locali Pd, senza aver saputo creare una 'camera di compensazione' capace di districare questo nodo. Sono questi omissis - assieme a quello, sempre presente, della debole azione sul conflitto d’interessi - a dare sostanza al timore che sta vivendo Renzi: lo smacco del rischio di far precipitare la sua immagine dall’uomo presentatosi sulla scena come il 'Grande innovatore' a quella di difensore dello status quo. Quasi un politico come gli altri. © RIPRODUZIONE RISERVATA