Attualità

L'intervista . «Le filiere deboli preda delle mafie»

Paolo Viana sabato 4 luglio 2015
La Caritas parla di allarme caporalato nei campi italiani. Risulta anchea Caritas parla di allarme caporalato nei campi italiani. Risulta anche alla Coldiretti? Il problema esiste e lo combattiamo da anni. Anche per questo abbiamo promosso l’Osservatorio sulla criminalità in agricoltura, con Giancarlo Caselli alla guida del Comitato scientifico – risponde Roberto Moncalvo, presidente di Coldiretti –. Aggiungo che il lavoro che fa la Caritas e anche altre associazioni con le quali collaboriamo è importante. Per contrastare questi fenomeni bisogna evidenziarli, capirli ed agire con determinazione. Possiamo parlare dunque di emergenza caporalato? Oggi per un chilo di arance prodotto nella piana di Rosarno vengono pagati meno di 7 centesimi, del tutto insufficienti a coprire i costi di produzione e di raccolta. Questa situazione alimenta una intollerabile catena dello sfruttamento che colpisce lavoratori, agricoltori ed i trasformatori attenti al rispetto delle regole. È intollerabile che per l’aranciata venduta sugli scaffali dei supermercati a 1,3 euro a bottiglia, agli agricoltori arrivino solo 3 centesimi per le arance contenute. Va combattuto senza tregua il becero sfruttamento che colpisce la componente più debole dei lavoratori agricoli come gli immigrati, ma anche le imprese agricole che subiscono la pressione e la concorrenza sleale di un contesto gravemente degradato. Solo in Calabria? No, anche al nord, dove si produce la frutta estiva, analogamente sottopagata all’origine, possono verificarsi queste situazioni. Ad esempio, noi collaboriamo con la Caritas proprio a Saluzzo, una delle località che rientrano nel programma Presidio. Le nostre imprese collaborano nell’ospitare i lavoratori che raccolgono l’ortofrutta, siamo in prima linea, operativamente, in questa battaglia. Quali sono i punti vulnerabili del mondo agricolo? Con la trasparenza e la legalità si può interrompere un circolo vizioso che sottopaga il lavoro e il suo prodotto, come dimostrano i tanti esempi virtuosi presenti nelle campagne italiane dove lavorano regolarmente oltre 322mila immigrati extracomunitari provenienti da 169 diverse nazioni che contribuiscono in modo strutturale e determinante all’economia agricola del Paese e rappresentano una componente indispensabile per garantire il successo del made in Italy alimentare nel mondo. Per questo su un territorio che può offrire grandi opportunità di crescita e lavoro va garantita la legalità per combattere inquietanti fenomeni malavitosi che umiliano gli uomini e il loro lavoro e gettano un’ombra su un settore che ha scelto con decisione la strada dell’attenzione alla sicurezza alimentare e ambientale, al servizio del bene comune. Le leggi aiutano ad affrontare questo problema? Le leggi ci sono, sono chiare, così come i controlli. Con i sindacati e il Mipaaf, abbiamo creato un registro delle imprese agricole che vengono messe in evidenza in relazione al rispetto scrupoloso dei contratti. Gli strumenti per governare il mercato ci sono, ma le distorsioni non dipendono solo dai singoli, esistono cioè delle ragioni economiche, delle distorsioni nelle filiere e nei prezzi, che facilitano le devianze criminali. Noi siamo portatori di un modello di sviluppo a servizio del bene comune, anche sul fronte della legalità: un modello che offre la possibilità di trasformare i rischi territoriali di emarginazione e sfruttamento malavitoso degli immigrati in opportunità imprenditoriali di integrazione e di inclusione sociale.