Attualità

Foggia. Lavoro nei campi: arriva l’etichetta etica

ANTONIO MARIA MIRA giovedì 3 dicembre 2015
Presto potrebbe arrivare un’'etichetta etica' per il pomodoro italiano che rispetti i valori di trasparenza, legalità e tracciabilità. Una vera e propria 'certificazione etica' delle aziende per dire 'no' con chiarezza e fatti concreti al caporalato e allo sfruttamento. Ma che anche difenda i consumatori dai truffatori. È la proposta più importante emersa in occasione dell’assemblea dell’Anicav, l’Associazione nazionale industriali conserve alimentari vegetali, i trasformatori del pomodoro di Confindustria. Un evento importante quello tenuto ieri a Foggia, 'capitale' dell’oro rosso, che ha segnato l’apertura del dialogo tra industria del pomodoro e produttori agricoli, attraverso un confronto con Coldiretti. Un parlarsi dopo tensioni ma anche dopo la recente stagione del pomodoro caratterizzata da eventi drammatici di sfruttamento. Così il titolo dell’incontro spiega bene questo tentativo di cambiare: «Il filo rosso del pomodoro in una filiera etica e sostenibile ». Un filo che unisce soprattutto la Puglia, area di maggiore produzione e Campania, area di maggiore trasformazione. «L’utilizzo di manodopera illegale – afferma il presidente di Anicav, Antonio Ferraioli – rappresenta una piaga sociale che va combattuta anche a fronte di un solo lavoratore irregolare impiegato». Bene, dunque, il disegno di legge del governo per il contrasto al caporalato e al lavoro nero. Ma, avverte il presidente, «non bastano i controlli delle istituzioni. Serve anche una sensibilizzazione per convincere che il tema di legalitá e sostenibilità è centrale». E il presidente di Coldiretti, Roberto Moncalvo, non si tira indietro. «Legalità e trasparenza devono andare avanti di pari passo. Non dobbiamo avere paura. Bisogna dire la verità». Ovviamente sul prodotto, su origine e tracciabilità ma anche sulla legalità. E qui entra in ballo uno dei temi di tensione tra mondo agricolo e industria della trasformazione, quello del prezzo dei pomodori. «Deve es- sere più alto per chi si impegna a rispettare le regole – sostiene Moncalvo –. Ci vuole perché permette alle aziende oneste, che rispettano ambiente, legalità e lavoratori, di andare avanti. Altrimenti chiudono e va avanti solo la criminalità».  Parole forti per un comparto in crescita. Nella campagna 2015 la produzione di pomodoro trasformato in Italia ha registrato un aumento di circa il 10%, passando dai 4,9 milioni di tonnellate del 2014 ai 5,4 di quest’anno. L’Italia è il terzo Paese dopo Usa (quasi tutto California) e poco lontano dalla Cina (5,6 milioni di tonnellate, in calo). Nel nostro Paese si concentra il 13% del pomodoro trasformato del mondo e il 48% di quello Ue, con un fatturato di 3 miliardi. E con un valore di 800 milioni di euro nel primo semestre 2015 cresce anche l’export, sia in volume (+5,8%) che in valore (+8,7%). Numeri molto importanti, ma proprio su questi prodotti, su qualità e tracciabilità, nei mesi scorsi sono piovute accuse e polemiche. È la nota vicenda del 'concentrato cinese' che finirebbe nelle nostre passate di pomodoro. Accusa respinta da Ferraioli. «Il consumo italiano di concentrato è solo l’1% del mercato dei derivati del pomodoro. Quello che arriva dalla Cina viene in gran parte riesportato in Ue. La passata, per la normativa italiana, deve essere fatta solo con pomodoro fresco. Ma questo non vale in Ue. Così parte del concentrato viene diluito e trasformato in passata da espostazione. Una parte rientra in Italia». Da Moncalvo arriva una proposta. «E allora scriviamolo sulle etichette che nella passata non c’è concentrato cinese. Che è tutto italiano. Dobbiamo avere il coraggio. Anche per giustificare il prezzo. Lo scriviamo e il consumatore sceglie». «Non abbiamo niente in contrario che ci sia in etichetta l’origine – replica Ferraioli – ma andrebbe fatto anche in Europa». Il dialogo va avanti. «Per ora non do voti – ci dice Moncalvo a fine dibattito – ma al momento della nuova campagna li daremo».