Attualità

La storia. «Lavoro e amicizia. Così ho battuto l’azzardo»

Roberto Cutaia martedì 9 dicembre 2014
Dal tunnel del gioco d’azzardo si esce e si guarisce. Ce lo dimostra la storia di Dusan, slovacco di 35 anni, ex manager di una multinazionale, sposato con due figli. «Da soli, non si fa niente» spiega. L’incontro avviene a Casaleggio, Comune del Novarese, ospiti della Comunità Cenacolo, fondata nel 1983 a Saluzzo, in provincia di Cuneo, da suor Elvira Petrozzi, 76 anni. Le comunità sono oggi presenti in Europa, nel continente americano e in Africa. «Scommettevo molti soldi, migliaia di euro, soprattutto giocando su Internet nei casino online – racconta Dusan –. Tutto ebbe inizio nel 2009. Il motivo? Avere più soldi. Eppure non mi mancava nulla, ero un manager affermato responsabile di 600 lavoratori e con uno stipendio triplo rispetto ad un dipendente». Aggiunge oggi il giovane slovacco: «A quel punto, il diavolo si è insinuato nella mia testa, ho iniziato a giocare sempre più soldi. Senza rendermene conto, sono diventato dipendente dalle scommesse, ho distrutto la mia vita e quella della mia famiglia. Avevo debiti con la banca e gli amici: un inferno!». È la moglie, insieme alla sorella, ad un certo punto ad accorgersi del problema. «Mi disse: Dusan devi fare qualcosa, così non puoi più vivere. Il pericolo – sottolinea adesso – è che non si vede se sei malato».Spiega il padre spirituale della Comunità, don Gianni Colombo: «La coscienza lavora sempre, lui cercava di spegnerla, ma quella parlava». La svolta arriva dopo il colloquio con il responsabile della comunità slovacca. «Puoi scappare dai tuoi problemi, però devi sapere che se rimani in casa, tra due tre anni sarai completamente distrutto e i tuoi figli saranno senza papà. Oppure trascorrere 2-3 anni in comunità e ritornare a vivere per sempre con la tua famiglia. Ecco l’aut aut che mi ha aperto gli occhi», racconta Dusan.Sentirlo parlare è sorprendente, tratteniamo la commozione. Nel 2013, dopo i cinque colloqui, entra nella Comunità slovacca, seguono alcuni mesi in Austria e poi in Italia, prima a Saluzzo e poi a Casaleggio. E pensare che da ragazzino, Dusan, faceva il chierichetto la domenica a Messa. «Sentivo che la Madonna mi stava proteggendo». In questo percorso, precisa don Colombo «è determinante che il cammino venga contemporaneamente fatto anche dalla famiglia». Quando si entra in comunità, si riceve un "angelo custode", cioè una persona che ha già superato la dipendenza, che ti sta vicino 24 ore su 24. Un percorso comunitario rieducativo, semplice ma autentico. C’è da vivere la vita di ogni giorno, attraverso il lavoro manuale dalla falegnameria, alla pittura, all’orto, all’allevamento di suini. Ci sono parole che si riempiono di significato, come amicizia, preghiera, fede, sport e pulizia. Don Colombo sintetizza lo stile di questa comunità, spiegando che «non si adoperano farmaci, nulla di chimico, cambiamo la testa e il cuore attraverso la convivenza sincera di chi ti vuol bene e nient’altro».Le famiglie degli ospiti non pagano nessuna retta: tutto è dono della Provvidenza. «Qui, i ragazzi veramente vivono il segno tangibile dell’azione di Dio». La struttura di Casaleggio, dove vivono venti ospiti di sette nazionalità diverse, è frutto di una donazione, completamente ristrutturata dagli stessi ragazzi. Dalle tenebre alla luce della risurrezione. «Ho imparato l’italiano grazie al Rosario – spiega Dusan – che recitiamo tre volte al giorno, e tutte le notti all’1.30 vado in cappella per l’Adorazione, a parlare con Gesù». Parlare aiuta, eccome se aiuta. «La solitudine – aggiunge don Colombo – è pericolosa, in comunità si viene ascoltati, e nessuno ti giudica. E chi ha bisogno gradualmente apre gli occhi su questa dimensione, scopre che c’è un amico sincero che ti sta accompagnando e che ti vuol bene. È la fede il nostro comune denominatore». S’impara a rinunciare al telefonino, al computer, alla televisione e tutto diventa dono. «Scoprono la bellezza di stare con un amico, o con la famiglia, come è accaduto a Dusan».  I primi ragazzi, a suor Elvira, non chiedevano metadone o pane, chiedevano il senso della vita, volevano vivere, non morire. «Nella comunità, in sette anni sono usciti guariti 300 ragazzi – conclude don Colombo – la coscienza viene illuminata, vivendo qui, pian piano la coscienza si apre e s’illumina sul male che hanno fatto e sul bene che non hanno fatto».