Attualità

Il lavoro coatto in Germania. Quelle braccia italiane che servirono al Reich

Vincenzo Grienti martedì 14 dicembre 2021

Lavoratori coatti in Germania

Un milione e 200mila storie di italiani, donne e uomini, impiegati come manodopera utile all’economia di guerra della Germania nazionalsocialista. Almeno 5-6 milioni le persone coinvolte e i loro familiari: padri, madri, mogli, sorelle, fratelli e figli accomunati da un unico dramma. Un numero considerevole se si pensa che in quegli anni vivevano in Italia poco più di 42 milioni di cittadini: più di una persona su dieci venne coinvolta in queste tragiche vicende tra il 1938 ed il 1945 negli anni delle relazioni tra l’Italia fascista e la Germania di Hitler con il nostro Paese, prima alleato e poi occupato.

“Nella prima fase, cioè quella che va dal 1938 al 1942, lo spostamento di braccia italiane oltre Brennero avvenne all’interno di un’alleanza: l’emigrazione fu organizzata tramite trattati tra Roma e Berlino” spiega lo storico dell’Università della Calabria Brunello Mantelli, tra i più attenti studiosi italiani che hanno approfondito il tema del reclutamento di manodopera nell’Italia occupata. “La Germania aveva bisogno di braccia, l’Italia ne aveva in eccesso e non riusciva ad occuparle – aggiunge Mantelli -. Non era facile però per il regime fascista giustificare la ripresa dell’emigrazione all’estero” dopo anni passati a denigrare “l’italietta liberale e giolittiana” che “aveva favorito i flussi migratori”. Allora bisognava travestire le partenze come espressione di “solidarietà assiale”, all’interno cioè dell’asse tra il primo fascismo, quello di Mussolini, ed il più importante e forte dei suoi imitatori, il nazismo di Hitler.

“In questa fase gli emigrati possono mandare denaro a casa, e quindi parecchie migliaia di famiglie, campano con il denaro che arriva da oltre Brennero – prosegue Mantelli -. La seconda fase, non poco diversa, va dal 1943 al 1945”. Dopo l’8 settembre 1943 l’Italia diventa un “alleato occupato”, ma la Germania continua, dato il prolungarsi della guerra, ad aver molta fame di braccia. Basti pensare che complessivamente i lavoratori e le lavoratrici nel Reich arrivano a 500.000.

“Oltre a trattenere nei propri confini almeno 100mila dei lavoratori italiani che vi erano giunti prima della crisi dell’estate 1943, Berlino si affretta ad utilizzare come manodopera la grande maggioranza degli IMI, cioè degli Internati militari italiani fatti prigionieri dalla Wehrmacht subito dopo l’8 settembre – sottolinea Mantelli -. Furono oltre 650mila i soldati e sottufficiali italiani internati”.

Nell’agosto 1944 gli IMI sono trasformati d’ufficio in “lavoratori civili”. Dopo l’8 settembre 1943, prosegue Mantelli “le porte dei KL, cioè dei campi di concentramento, si aprono anche per gli italiani: ci finiscono 23.826 deportati in quanto considerati oppositori, la maggioranza a Dachau e Mauthausen e 8709 ebrei. Questi ultimi pressoché tutti ad Auschwitz. Anche il sistema dei KL era stato da tempo, ossia dal 1942, asservito alla produzione di guerra: i “politici” e quegli ebrei che non vengono uccisi subito al loro arrivo ad Auschwitz vengono utilizzati come lavoratori schiavi, in condizioni inenarrabili”.

Primo Dallari, Torino, frate cappuccino, in Germania come cappellano dei lavoratori - Anrp

Ma perché la manodopera italiana è così importante per l’economia di guerra tedesca?

“È importante in due fasi e per diversi motivi: nella prima fase, dal 1938-1941-42 perché l’Italia è il principale alleato della Germania, e perciò i suoi lavoratori sono considerati utilizzabili in tutte le produzioni di carattere militare, in molte delle quali invece non vengono impiegati, dopo il 1939, né prigionieri di guerra, né civili arruolati nei territori occupati come Polonia, Francia, Danimarca e Norvegia, Jugoslavia e Grecia – spiega ancora Mantelli -. Alla fine del 1940 Berlino chiede infatti una grande massa di operai industriali, circa 250.000, a Roma in previsione dell’attacco all’URSS del 22 giugno 1941, dovendo mobilitare circa 3 milioni di giovani maschi per la Wehrmacht, molti dei quali tolti dalle fabbriche”.

Gli uffici della Wehrmacht calcolano in 600.000 il fabbisogno di manodopera che ne risulta. In seguito, dato che l’URSS non crolla e la guerra si prolunga, dal 1942 verranno reclutate braccia senza più precauzioni in tutti i territori occupati, specie dell’URSS. Al riguarda si crea un’apposita carica per la gestione della manodopera e il sistema dei KL, cioè i campi dei concentramento, viene asservito alla produzione. Quindi l’Italia come riserva di manodopera perde tra 1942 e 1943 peso. “L’Italia torna ad essere importante alla fine del 1943 – conclude Mantelli -. Il fronte orientale sta retrocedendo, la possibilità di arruolare forzatamente all’Est diminuisce, nell’estate del 1944 poi la Francia sarebbe stata liberata. Restava pressoché solo l’Italia occupata come territorio da saccheggiare di braccia, maschili e femminili. E se ne prelevano altre 100.000, in tutto”.

Umberto Guizzardi, Ticineto Po (Alessandria), lavoratore civile morto a causa di un bombardamento aereo in Germania - Anrp

Su questi temi il 15 dicembre si terrà la giornata di studi sul tema “Da camerati del lavoro a schiavi di Hitler” dedicata ad Enzo Collotti (1929-2021). Un convegno che rappresenta la conclusione della seconda fase del progetto di ricerca, finanziato dal Fondo italotedesco per il futuro, sul tema dell’impiego di manodopera italiana in Germania prima nel quadro dell’alleanza tra fascismo e nazionalsocialismo, poi nel contesto dell’occupazione successiva all’8 settembre 1943. Se la prima fase, sostenuta dalla Fondazione “Memoria della Deportazione”, aveva puntato a costruire un quadro storiografico delle vicende intercorse nel periodo 1943-1945, concretizzandosi nella pubblicazione, sostenuta dall’Anrp del volume Tante braccia per il Reich! Il reclutamento di manodopera nell’Italia occupata 1943-1945 per l’economia di guerra della Germania nazionalsocialista (Milano, Mursia, 2019), la seconda fase, che si chiude ora, ha permesso, anche attraverso l’impegno costante del Presidente emerito dell’Anrp, Enzo Orlanducci, sia di approfondire le dinamiche territoriali attraverso monografie in corso di stampa nella collana “Guerre e dopoguerra” (editore Novalogos) e di aprire cantieri di ricerca negli archivi regionali tedeschi, sia di costruire strumenti di divulgazione on line, in un’ottica di public history, quali il portale prosopografico Lavorare per il Reich con 16.000 schede biografiche, cifra che salirà nei prossimi mesi a 34.000, e la mostra multimediale Tante braccia per il Reich, la cui consultazione pubblica si aprirà contestualmente al convegno.

L’incontro che si terrà in presenza e online all’Università LUMSA di Roma (Via di Porta Castello, 44). Si aprirà con la Lectio Magistralis di Ulrich Herbert dell’Università di Friburgo, moderato da Anna Maria Isastia, storica della Sapienza Università di Roma. Sempre in mattinata Rosina Zucco, consigliera dell’Anrp, parlerà del portale prosopografico “Lavorare per il Reich” mentre lo storico Luciano Zani, vice presidente dell’Anrp, acronimo che sta per Associazione nazionale reduci dalla prigionia, dall’internamento, dalla guerra di liberazione e loro familiari, che si soffermerà sui portali Lessico biografico degli IMI (LeBi) e Albo degli IMI caduti nei lager nazisti tra il 1943 e il 1945.

“Nei venti mesi dall'armistizio dell'8 settembre 1943 alla Liberazione e alla fine della guerra l'Italia, divisa in almeno due Italie e campo di battaglia per numerosi diversi eserciti, vive l'esperienza più tragica della sua storia unitaria – dice Luciano Zani, professore ordinario di storia della Sapienza Università di Roma -. Un'esperienza di estrema complessità, dovuta all'accelerazione dei tempi della guerra e alla molteplicità dei poteri che convivono, si confrontano, si scontrano: la Rsi del redivivo Mussolini, le diverse autorità del Reich in Italia, gli Alleati, il Regno del Sud, partigiani e resistenti di vario tipo. Poteri cui corrispondono forme molteplici e diversificate di vittime: deportati, internati, prigionieri, rastrellati, lavoratori coatti, ognuna di queste categoria suddivisa a seconda dei tempi, dei luoghi e dello spostamento del fronte da Sud a Nord, dalla linea Gustav alla linea Gotica”. Ognuna va studiata nella sua specificità, aggiunge Zani “indipendentemente dall'entità numerica, perché solo così possiamo provare a ricostruire la storia di quel periodo breve, ma tormentato e pieno di ferite, di traumi e di scelte che avranno gran peso nella storia successiva dell'Italia. Perciò, dopo aver valorizzato per molti anni la memoria degli Internati Militari Italiani catturati dai tedeschi dopo l'8 settembre, l'Anrp si è impegnata in un'altra pista di ricerca, apparentemente meno di massa ma altrettanto rilevante per la sua incidenza sul popolo italiano: i civili utilizzati come manodopera, in Italia e nel Reich, volontari "camerati del lavoro", reclutati in vario modo, rastrellati e costretti a lavorare come "schiavi di Hitler". Il Convegno del 15 dicembre è una tappa rilevante di questo percorso di ricerca arricchito da numerosi e autorevoli interventi moderati da Nicola Mattoscio, Presidente Anrp.
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Il convegno, che ha avuto il patrocinio dell’Istituto Nazionale “Ferruccio Parri”, della Fondazione “Memoria della Deportazione” di Milano, della Società Italiana per lo studio della storia contemporanea dell’area di lingua tedesca (SISCALT), del Deutsches Historisches Institut in Rom (DHI), si svolgerà in presenza e da remoto. Potrà essere seguito via zoom al link https://us02web.zoom.us/j/88294850372. Nel corso del convegno verranno mostrati i due portali www.alboimicaduti.it e www.lessicobiograficoimi.it. Inoltre verranno inaugurati altri due database online: www.lavorareperilreich.it, dedicato ai lavoratori civili coatti nel Terzo Reich, e www.tantebracciaperilreich.eu.