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LO SPETTRO DELLA CRISI. La svolta di Berlusconi: così il governo cade

Arturo Celletti mercoledì 21 agosto 2013
«Non ci sono margini, lo so io e lo sapete anche voi. La sinistra vuole farmi fuori, vuole giustiziarmi, vuole sbattermi fuori dal Parlamento...». Berlusconi sospira e a bassa voce "regala" l’ammissione che conta di più: «La partita in Giunta è chiusa. Voteranno l’incandidabilità. È questo l’epilogo scritto da tempo, ora resta solo da capire quando». È ancora una giornata complicatissima. Il Cavaliere cammina avanti e indietro nel grande studio di Arcore. È nervoso. Sono diciotto giorni che non lascia il suo bunker brianzolo. Ascolta tutti, ma nessuno lo convince. Cerca una via d’uscita consapevole che non c’è e non ci sarà. Ogni porta sembra chiudersi e la voglia di rovesciare il tavolo a tratti sembra avere la meglio sulla responsabilità. A metà pomeriggio le paure sembrano certezze. Ad Arcore c’è lo stato maggiore del partito. Ma solo il vicepremier Angelino Alfano ancora prova a convincerlo che in Giunta la partita è aperta, che la strategia è prendere tempo, che... Berlusconi lo guarda: «Le parole di Letta sono chiare. Il Pd ha deciso e lui ha approvato... Hanno già schierato il plotone d’esecuzione...». Ad Arcore non c’è Gianni Letta, non c’è Maurizio Lupi. Ci sono tutti i "falchi" del Pdl: Denis Verdini, Daniele Capezzone, Daniela Santanchè, Renato Brunetta. Berlusconi ora guarda ancora Alfano: «Non aspetto più, non aspetto la riunione del 9 settembre. Voglio risposte prima. Letta mi deve dire con chiarezza che cosa ha in testa».La tensione sale, il clima peggiora. Alfano parla, spiega: «Rompere non serve, Napolitano farà l’impossibile per impedire le elezioni e tu rischi di pagare il prezzo più alto...». Berlusconi ascolta silenzioso. Sono parole che già ha sentito. Da Ennio Doris, da Fedele Confalonieri, da persone che gli vogliono bene. Per una manciata di minuti ad Arcore si respira un’aria strana. C’è un silenzio surreale. È Berlusconi a romperlo. Guarda Alfano e gli concede l’ultima possibilità: «Aspetto ancora un giorno. Oggi vedi Letta? Bene aspetto di sapere». Le prossime saranno ventiquatt’ore decisive. Berlusconi non ci crede, i suoi ministri ancora sì. Gaetano Quagliariello, uno dei ministri più ascoltati dal capo dello Stato, spinge sul Pd, ma avverte anche il Pdl: «Il sistema rischia di implodere... Se si dovesse trasformare la Giunta del Senato da luogo della meditata ponderazione al teatro di un plotone di esecuzione, il centrodestra avrà il suo dramma da affrontare ma l’Italia non ne uscirebbe indenne». Quagliariello invita Pd e Pdl a trovare un compromesso e azzarda un parallelo con la stagione che portò al fascismo. Non è solo. Tutti ora spingono perché in Giunta ci sia un "di più" di approfondimento. Alfano insiste: «Il Pd capirà, deve capire. Serve un’attenta lettura delle carte, non un processo ideologico». Berlusconi non ci crede. E ora sferra il contrattacco ripartendo da quell’ultimatum finora appena accennato: «Non aspetto il 9 settembre, entro agosto voglio una risposta chiara. E se pensano di farmi fuori così, io...». Si ferma per qualche istante, il Cavaliere. Come se non volesse nominare la parola crisi. Poi però non si trattiene: «Non possiamo governare con questo Pd che vuole farmi fuori. Senza risposte lasciamo il governo». La partita è ancora lunga, ma oggi il clima è brutto. Berlusconi si prepara sul serio. Sente uno a uno i suoi senatori per essere certo della loro lealtà qualora davvero si aprisse una crisi. Poi quando è già notte "regala" l’ultima riflessione: «Io posso anche mettere la responsabilità davanti a tutto e accettare questa ignobile ingiustizia. Ma nel Pdl sarebbe il caos, il rischio instabilità ancora più alto. E allora non ho più alternative e la mia linea è quella del mio partito e dei miei ministri».