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Obiettivo 2015. Expo 2015: la sfida evitare le infiltrazioni mafiose

Nello Scavo lunedì 7 dicembre 2009
Una sezione distaccata del Comitato di Alta vigilanza sulle grandi opere si occuperà del’Expo 2015. Più che una precauzione, una necessità. Perché dalla Tav agli ospedali, alle bonifiche, i boss sono sempre riusciti a sedersi al tavolo dei più importanti appalti della Lombardia. Il comitato avrà compiti di controllo per prevenire il rischio di infiltrazioni mafiose. L’organismo, la cui nascita è stata annunciata dal ministro dell’Interno Roberto Maroni, sarà strutturato come quello operativo a l’Aquila per la ricostruzione del dopo-terremoto. Nel pool, presieduto dal prefetto di Milano Gian Valerio Lombardi, ci sarà anche Maurizio Grigo, capo della Procura della Repubblica di Varese e storico gip milanese sin dai tempi di Mani pulite.Il comitato stilerà un elenco di fornitori e di prestatori di servizi ritenuti immuni da collusioni malavitose, elenco a cui ogni soggetto collegato all’Expo sarà tenuto ad attingere. L’anello debole però potrebbe rivelarsi un settore classico delle infiltrazioni mafiose: i subappalti per il movimento terra e lo smaltimento dei rifiuti edili. È avvenuto con i lavori dell’Alta velocità ferroviaria, del raddoppio autostradale Torino-Milano e con la costruzione della nuova sede della Provincia di Milano. Il procuratore capo Manlio Minale, il 3 novembre ha ribadito che l’azione investigativa «è incentrata sempre sugli interessi che i lavori dell’Expo possono creare per le organizzazioni criminali mafiose». Il Cavallo di Troia dei padrini secondo Minale «resta la mancanza nei contratti d’appalto della voce sul movimento terra», che con lo smaltimento dei materiali delle demolizioni, resta «la porta aperta per l’ingresso delle cosche negli appalti». Le norme non prevedono «la necessità della certificazione antimafia» per chi viene chiamato a occuparsi di queste attività, la cui assegnazione è lasciata alla discrezionalità della «direzione dei lavori». È come rubare da una cassaforte aperta.Il caso da manuale è quello che ha portato il 3 novembre a 17 ordinanze di custodia cautelare. In apparenza nessun riferimento diretto alla grande torta dell’Expo. Durante le indagini gli inquirenti hanno però rilevato in alcuni cantieri per il raddoppio della linea ferroviaria Milano-Mortara e della Tav la presenza di uomini vicini alla cosca calabrese Barbaro-Papalia, che già in passato si era insinuata negli appalti dell’alta velocità proprio nel movimento terra e nello smaltimento di materiale frutto di demolizioni.C’è poco da stare tranquilli. Da gennaio a luglio 2009 sono stati 61 i subappalti fermati a Milano e provincia perché in odor di mafia. Quello che gli investigatori antimafia lamentano è la mancanza di comunicazione tra prefetture, procure e organismi di prevenzione. Così accade che una ditta esclusa da una gara d’appalto dalla prefettura di Palermo, possa presentarsi a Milano, magari in un consorzio di costruttori, e riuscire ad aggiudicarsi lavori milionari.Giuseppe Grossi, il re delle bonifiche, ne sa qualcosa. L’imprenditore, arrestato nell’ambito di una inchiesta della procura di Milano che vede coinvolti anche politici, è amministratore delegato della “Green Holding Spa”, società che partecipò alla gara per aggiudicarsi l’appalto per la bonifica dei terreni dell’area milanese di Montecity. Nello scorso febbraio Grossi ha spiegato agli inquirenti di avere capito che una ditta di Torino a cui avrebbe dovuto affidare dei lavori «era in mano al clan malavitoso calabrese dei Mazzaferro». Una volta avuta la conferma, fece in modo di tenere i subappaltatori fuori dall’affare. Non la presero bene. «In alcune intercettazioni telefoniche emerse che volevano gambizzarmi», dirà l’imprenditore. Il problema di fondo per Grossi era di poter svolgere «un controllo interno, soprattutto sui trasportatori che potevano lasciare il materiale in qualsiasi posto. Io volevo sapere dove finivano i rifiuti». Ma questo sarebbe un nuovo capitolo di Gomorra.