Attualità

ANNA RITA ATTI. La psichiatra: «Disagio che nasce dalla scarsa stima di se stessi»

Caterina Dall’Olio mercoledì 8 maggio 2013
«Le conseguenze fisiche della drunkoressia sono molte e gravi, ma quelle che allarmano di più sono quelle psicologiche». È preoccupata Anna Rita Atti, psichiatra e ricercatrice dell’Università di Bologna, che da qualche anno si è accorta, ascoltando i suoi pazienti, di un aumento di persone che comunicano questo disagio.La drunkoressia in che rapporto è con gli altri disturbi alimentari?Non si può parlare di drunkoressia come di una nuova patologia al pari della bulimia, dell’anoressia e di altre disturbi. Ci troviamo davanti a un nuovo fenomeno che non va sottovalutato e che bisogna analizzare in profondità. Il nome drunkoressia confonde parecchio le idee, perché la associa erroneamente alla patologia anoressica.In che cosa si differenzia?Il malato tipico di anoressia è estremamente preciso, ordinato, poco o nulla propenso all’appagamento del piacere. Difficilmente una persona anoressica desidera bere in maniera smodata. Il principale fattore di disagio nel malato di anoressia è il controllo, e una persona iper controllata per definizione non ama perdere lucidità o essere disinibita. Poi l’anoressico tipico non si trova a suo agio all’interno della società. Passa la maggior parte del tempo da solo.Un fenomeno da leggere al contrario, quindi...Il drunkanoressico mangia pochissimo, o smette proprio di mangiare, per potersi «sballare» alla sera. Per poter dare il meglio di sé fra gli amici, per sentirsi più disinibito e più sciolto. Un giovane coinvolto in questo fenomeno desidera stare al centro di una società che punta al top delle prestazioni. Chi è alterato dall’alcol si sente più sicuro. Dopo arriva il problema del cibo, quando ci si accorge che bevendo si aumenta di peso.Che ruolo gioca il cambiamento della società?Nella società attuale è completamente cambiata la modalità del consumo alcolico. Fino a venti, trent’anni fa si bevevano alcolici e superalcolici durante i pasti, attorno alla tavola. Poi dal mondo anglosassone è arrivato il modello della vita notturna collegata a un consumo massiccio di alcol per sballarsi. Anche l’alta reperibilità di sostanze alcoliche a costi contenuti non aiuta a ostacolare il fenomeno. Basta pensare alla diffusione della moda dell’aperitivo dove, nella maggior parte di casi, si mangia poco e si beve moltissimo.Quali sono i soggetti più a rischio?I giovani tra i 14 e i 20 anni, ma ci sono casi anche di persone adulte. Questa fascia d’età è molto fragile perché è caratterizzata dalla ricerca dei grandi ideali ma anche da crisi provocate dalla scarsa stima di se stessi. È un periodo in cui si è facili vittime della massificazione.Come aiutare genitori ed educatori a riconoscere i sintomi?Rapidi cambi di umore, isolamento, fragili amicizie e inversione del ritmo sonno-veglia sono le spie principali. I genitori che si accorgono di questo disagio devono tentare un confronto con i figli per farli aprire. Ma non sarà facile. L’affiancamento di figure professionali può essere considerata la scelta migliore.