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Coronavirus: l'impegno. Viaggio nel reparto Covid-19 nel Cottolengo di Torino

Danilo Poggio sabato 4 aprile 2020

Gli operatori della “Piccola Casa” del Cottolengo di Torino al lavoro

«Questo tempo difficile è anche una scuola di sapienza. In futuro non saremo più come prima, perchè queste esperienze cambiano tante cose». Padre Carmine Arice è il superiore generale del Cottolengo ed è stato direttore dell’Ufficio nazionale per la pastorale della salute della Cei. In questi giorni la Piccola casa di Torino non ha mai interrotto la propria attività a favore degli ultimi. Qui vengono ospitate 300 persone nella Rsa (residenza sanitaria assistenziale) e altre 400 suore, anziane o malate. Al momento, i casi di coronavirus sono pochissimi e non gravi: qualche sintomatico in attesa del tampone, una trentina di operatori e una decina di religiose. «La situazione è ancora gestibile – spiega padre Arice – anche se questa struttura nasce per la vita in comunità, e non in isolamento. Da sempre, il nostro primo impegno è accogliere e tutelare la vita delle persone piu fragili e cerchiamo di dare assistenza a tutto tondo, sanitaria ma anche spirituale».

Padre Arice: «Anziani e disabili non sono cittadini di serie B e vanno tutelati in ogni modo. Il nostro impegno non sempre viene riconosciuto»

A pochi metri di distanza dalla Rsa, nell’ospedale Cottolengo, mercoledì è stato dedicato un nuovo reparto Covid–19, con 63 posti letto. Il contributo stanziato dalla Cei derivante dai fondi dell’8xmille è stato impiegato in parte per acquistare strumentazioni mediche, mascherine e materiali per la protezione degli operatori della salute e in parte per l’assunzione di ulteriore personale. «Non dobbiamo però dimenticarci di tutti gli altri ammalati. L’attuale emergenza sta facendo mobilitare molte risorse, ma gli anziani con patologie degenerative e i malati oncologici stanno pagando un prezzo molto alto. Noi, ad esempio, ci stiamo sforzando di mantenere aperta l’oncologia chirurgica, perchè ci sono situazioni che non possono essere procrastinate. Ma quando a livello nazionale verranno ripartite le risorse si rischia che a farne le spese siano le persone più fragili o quelle considerate con meno speranza di vita ». Anche alla “Piccola casa” l’emergenza viene vissuta con tutte le sue complicazioni: è difficilissimo reperire i dispositivi individuali di protezione (mascherine, camici, tute monouso) e anche il personale scarseggia, a fronte dell’aumento delle necessità. «In una prima fase, i decisori pubblici hanno dato priorità agli ospedali, tralasciando le Rsa. È comprensibile, ma l’attenzione sui casi acuti improvvisi ha fatto dimenticare l’importanza di queste strutture, nelle quali la convivenza è stretta e si rischia di creare nuovi focolai. Anziani e disabili non sono cittadini di serie b e vanno tutelati in ogni modo». Un impegno che non sempre viene riconosciuto: «Purtroppo manca un’attenzione adeguata al mondo del non profit, anche quando è realmente in totale sinergia e collaborazione sussidiaria con il sistema pubblico. Avremmo voluto sentire un po’ più vicine le istituzioni. Tutti i malati in Rsa o in ospedale, se non ci fosse stata la nostra struttura, avrebbero gravato ulteriormente sul sistema sanitario nazionale. Eppure, pur essendo nel piano sanitario regionale, c’è poca considerazione per la sanità non profit: non possiamo essere trattati come se fossimo un’azienda orientata al profitto. Dobbiamo fare squadra perchè, proprio come ha detto Papa Francesco, siamo tutti sulla stessa barca e dobbiamo cercare di far salire tutti».

Limitato per ora il contagio, la storica struttura dedicata ai più fragili chiede un’attenzione maggiore al non profit «Avremmo voluto sentire più vicinanza»

A Torino, intanto, non si sono fermate neppure le altre tradizionali attività del Cottolengo. Le scuole (primaria e secondaria di primo grado) vanno avanti con le lezioni a distanza e la mensa dei poveri continua a garantire circa 300 pasti quotidiani a chi non saprebbe dove altro andare. Preparare i “pranzi al sacco” è economicamente più pesante per la Piccola Casa, ma, dopo la chiusura di alcune mense all’inizio dell’emergenza coronavirus, la fila dei senza dimora è cresciuta ancora di più. «Questi giorni – conclude padre Arice – rappresentano comunque un tempo prezioso. Lo sguardo si alza verso l’alto: non è la consolazione per poter sopportare, ma è la risposta di senso a ciò che sta accadendo. In Pastorale della salute parliamo di resilienza, quella capacità di raccogliere le forze rimaste e interrogarsi su cosa si è imparato. Gli uomini sono molto abili a dimenticare, per difesa ma anche per superficialità. Credo che la Chiesa possa aiutare a non dimenticare ciò che è stato, per capire come dovremo essere».