Attualità

Lo strappo. La prescrizione spacca la maggioranza. Botta e risposta Bonafede-Renzi

Eugenio Fatigante giovedì 16 gennaio 2020

Lo scontro più duro tra i renziani di Italia Viva e il resto della maggioranza si consuma, come annunciato e temuto da giorni, sul tema della riforma della prescrizione per i processi. Per ora senza conseguenze dirette e immediate sulla maggioranza giallo-rossa, ma senza dubbio proiettando nuove ombre sulla tenuta stessa del governo Conte. A litigare sono soprattutto gli 'ex fratelli' di Pd e Iv, che si dividono sulla prescrizione tra accuse, rispettivamente, di aiutare Matteo Salvini e di essersi ormai omologati al M5s. E proprio dai pentastellati arriva una nuova accusa alla formazione di Matteo Renzi: «Prendo atto che Italia Viva si è
isolata dalla maggioranza votando insieme a Forza Italia e alle opposizioni», ha detto stamani il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede a Circo Massimo su Radio Capital. «Il mio lavoro - ha poi aggiunto il
Guardasigilli - è dare ai cittadini una riforma che permetta ai cittadini di avere un processo penale con tempi ragionevoli». Immediata, via social, la replica dell'ex premier: «Non abbiamo rotto la maggioranza,
abbiamo solo difeso lo Stato di diritto. Continueremo a farlo, anche senza il permesso dei populisti: populisti nuovi e populisti vecchi. Abbiamo fatto un governo insieme per mandare a casa Salvini, non per diventare grillini».

Sempre con l’occhio (e i timori) rivolto alle regionali del 26, altre grane permanenti si avvicinano all’orizzonte: si riduce il tempo per una decisione sulla revoca della concessione ad Autostrade, ma intanto l’esecutivo ha deciso che non se ne parlerà nel Consiglio dei ministri di venerdì 17 gennaio; al massimo si terrà un’informativa del ministro delle Infrastrutture, Paola De Micheli. Sullo stop alla prescrizione dopo il primo grado processuale (la novità scattata a inizio anno, voluta da M5s con la legge 'Spazza-corrotti'), la tensione covava già da settimane: mercoledì pomeriggio è esplosa in commissione Giustizia alla Camera, dove si discuteva la proposta di legge di Enrico Costa (Forza Italia) che puntava a stravolgere la riforma Bonafede, ministro pentastellato della Giustizia. Con un emendamento soppressivo la proposta Costa è stata bocciata per un soffio dalla maggioranza, che però ha traballato perché in nome del garantismo Italia Viva, malgrado il pressing per l’astensione, alla fine ha votato con il centrodestra. Gli altri partiti che sostengono l’esecutivo Conte - M5s, Pd e Leu - l’hanno spuntata 23 a 22 solo grazie al voto (inusuale, perché in genere non prende parte per correttezza) della presidente della commissione, la 5 stelle Francesca Businarolo. «La maggioranza si salva col solo voto decisivo della presidente. È come se l’arbitro segnasse il gol decisivo», ha attaccato Costa.

Subito si è scatenata la polemica tra gli ex compagni di partito, e non solo. «Il Pd ha deciso di recedere su principi come quelli del diritto e del giusto processo – ha affermato Lucia Annibali di Iv – per andare a rimorchio del M5s anche sulla giustizia». E in serata arriva la voce del leader Matteo Renzi: «Siamo rimasti fedeli alla 'legge Orlando' (ex ministro Guardasigilli del Pd,
ndr), non è possibile che ci sia un processo senza fine». Chiamato in causa, l’attuale vicesegretario dem replica: «Noi pensiamo che si possano evitare regali a Salvini e alla Meloni e al contempo difendere le garanzie costituzionali ». Anche Walter Verini, capogruppo Pd in commissione, imputa a Iv «un atteggiamento ambiguo. Noi siamo andati a rimorchio della coerenza – si è poi giustificato – e del fatto che per la prima volta c’è l’occasione in questo Parlamento di discutere e di arrivare a tempi certi dei processi. Noi non voteremo mai con Salvini». Dalla giustizia lo scontro si propaga e diventa più generale. In tv Renzi affonda: «Il nuovo Pd si sta spostando su una linea di maggiore contiguità con i grillini. Una grande alleanza da D’Alema a Toninelli? Mi sento male solo a pensarci».

Renzi ha tenuto aperto con il Pd anche il fronte Autostrade: «Chi vuole la revoca della concessione deve avere le carte in regola – ha insistito il senatore –, altrimenti costringe i nostri figli e nipoti a pagare decine di miliardi». Una linea ribadita proprio ora che il Pd sembra orientato a 'sposare' la linea anti-Benetton dei Cinque stelle, che vivono intanto il loro momento più difficile. E che, a loro volta, sono pronti a dire la loro sul taglio delle tasse del lavoro, dove non hanno gradito lo scatto in avanti del ministro del Tesoro, Roberto Gualtieri, malgrado l’incontro dell’altroieri con la vice 5s Laura Castelli. Il tema della tenuta lo pone in termini crudi Michele Bordo, vicecapogruppo del Pd alla Camera: «Se Iv, dopo aver votato con Salvini e le destre e dopo aver rotto l’alleanza in Puglia, vuole continuare ad aiutare le opposizioni, mettendo a rischio il governo, lo dica chiaramente ». Per il premier Conte sarà sempre più difficile trovare una sintesi nell’annunciata (e slittata) verifica.