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Covid. La mancata zona rossa e gli errori: così si potevano evitare 4mila morti

Viviana Daloiso venerdì 3 marzo 2023

L’orologio deve tornare indietro al 26 febbraio del 2020. Quando il virus, l’Italia, se l’era già presa: 400 i casi di nuovo coronavirus registrati dal Bollettino di quel giorno, di cui 258 in Lombardia (il giorno dopo saranno 650, quello dopo ancora 888). L’area compresa tra Codogno, Castiglione d’Adda e Casalpusterlengo è diventata “zona rossa” già da tre giorni: 50mila persone sono divise dal resto del Paese, l’esercito a presidiare le strade.

È quel giorno che il primo Comitato tecnico scientifico – seduti al tavolo ci sono il presidente dell’Istituto superiore di sanità Silvio Brusaferro, quello del Consiglio superiore di sanità Franco Locatelli e per la Protezione civile Angelo Borrelli e Agostino Miozzo – si riunisce per prendere una decisione sull’altra zona in cui l’epidemia sta esplodendo: i comuni della Val Seriana, con Alzano Lombardo e Nembro. Gli esperti, scrive la Procura di Bergamo nell’avviso di chiusura dell’indagine che ha scosso i palazzi del potere mercoledì sera, «erano a conoscenza dello scenario più catastrofico per l’impatto sul sistema sanitario e sull’occupazione delle terapie intensive in Lombardia. E ciononostante non proposero l’estensione delle misure previste per la “zona rossa”». Né allora, né nelle riunioni successive.

Gli errori e i morti. Comincia da qui la catena di presunti errori e sottovalutazioni che «ha determinato una diffusione incontrollata del Covid e un’impennata dei morti», per l’esattezza «un incremento stimato non inferiore al contagio di 4.148 persone, pari al numero di decessi in meno che si sarebbero verificati se quella “zona rossa” fosse stata estesa a partire dal 27 febbraio». Ciò che in termini legali si chiama epidemia colposa e che è l’accusa principale mossa ai 19 indagati eccellenti elencati dalla Procura di Bergamo, dall’ex premier Giuseppe Conte e l’ex ministro della Salute Roberto Speranza fino al governatore della Lombardia Attilio Fontana. «Cagionavano loro – in cooperazione con gli esperti del Cts – la diffusione dell’epidemia di Covid-19 in Val Seriana, inclusi i Comuni di Alzano Lombardo e Nembro». Il procuratore capo Antonio Chiappani – ancora visibilmente contrariato per la fuga di notizie da cui sono scaturiti prima del tempo i nomi degli indagati, col risultato che molti avvisi di garanzia non sono ancora stati consegnati – sa che di reato “liquido” si tratta, per così dire: l’interpretazione che danno giudici e tribunali dell’articolo 438 è controversa, «può essere che si riterrà di non dover procedere – confida ai cronisti che riescono a strappargli qualche dichiarazione –. Qualcuno sarà prosciolto, qualche posizione sarà archiviata. Noi però dovevamo ricostruire i fatti e soddisfare la sete di verità della popolazione». Che poi è il motivo per cui ieri, fuori dai suoi uffici, si sono riuniti a centinaia i familiari delle vittime: fiori, striscioni e ringraziamenti per aver finalmente «onorato la memoria dei nostri cari».

Il piano pandemico. Ma nelle carte dell’inchiesta c’è molto altro. L’accusa di epidemia colposa che riguarda Borrelli, Brusaferro, Luigi Cajazzo (all’epoca dei fatti direttore generale della Sanità della regione Lombardia) e Giulio Gallera (ex assessore regionale al Welfare) verte infatti sull’omissione dell’attuazione del “Piano nazionale di preparazione e risposta per una pandemia influenzale” del 9 febbraio del 2006 nonostante tutte le autorità sanitarie internazionali, a cominciare dall’Oms, già dal 5 gennaio avessero diramato un’allerta «con la quale si confermava la trasmissione del nuovo virus da persona a persona». Oltre alla mancanza di censimento e di approvvigionamento di mascherine, in particolare per il personale sanitario – in moltissimi sono morti per essere stati in prima linea senza protezioni – non sarebbe stata creata «una riserva nazionale di antivirali, Dpi, vaccini antibiotici, kit diagnostici e altri supporti tecnici per un rapido impiego nella prima fase emergenziale» e, contestualmente non sarebbero state definite le modalità di rifornimento «nelle fasi immediatamente successive». A Brusaferro viene inoltre contestato «di non aver dato attuazione al Piano pandemico, prospettando azioni alternative, così impedendo l’adozione tempestiva delle misure in esso previste». Responsabilità seccamente respinta dagli uffici dell’Istituto superiore di sanità, che in serata hanno diramato una nota in difesa del presidente: «Non è nei suoi poteri adottare piani pandemici o dar seguito alla loro esecuzione – vi si legge –. La linea seguita dall’Istituto durante tutto il periodo della pandemia e sin dagli inizi è stata improntata alla massima precauzione e al massimo rigore scientifico e la cautela è stata la cifra che ne ha caratterizzato gli indirizzi».

L’omicidio e le lesioni. E poi i morti che hanno un nome e un cognome: 57 quelli individuati nelle indagini dei pm bergamaschi ed elencati negli atti. Del loro omicidio (a titolo colposo) sarebbero responsabili 15 dei 19 indagati – tra cui ancora Conte, Speranza, Brusaferro, Locatelli, Miozzo e Borrelli – perché «in cooperazione tra loro» e «per effetto delle condotte colpose descritte nelle imputazioni, ne hanno cagionato la morte». Una contestazione che va sempre dal 26 febbraio, quando ci furono i primi morti registrati come casi Covid in Val Seriana, «fino al 5 maggio 2020» e per cui sono state individuate 99 parti lese: tra queste 34 operatori sanitari dell'ospedale di Alzano Lombardo, che nella primavera 2020 furono malati per oltre 40 giorni e per il cui contagio i magistrati bergamaschi contestano agli indagati il reato di lesioni personali aggravate.