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Dossier. La pandemia vista dagli immigrati: perché l'Italia può diventare inospitale

Maurizio Ambrosini venerdì 29 ottobre 2021

Gli immigrati in Italia hanno pagato un conto salato alla crisi pandemica. Questo è il dato di fondo che emerge anche dal Dossier statistico immigrazione curato da Idos e giunto alla 31ª trentunesima edizione: una fonte di dati (e commenti) preziosa per discutere seriamente d’immigrazione nel nostro Paese. Le grandi crisi sociali ed economiche (guerre, carestie, disastri più o meno naturali, e appunto pandemie) quasi invariabilmente colpiscono in maniera sproporzionata le componenti più deboli della società. E gli immigrati lo sono, contrariamente alle retoriche vittimistiche che li descrivono come privilegiati nei confronti degli italiani. Esclusi dall’impiego pubblico, sono più esposti agli andamenti del mercato. Privi di cittadinanza e di una lunga residenza sul territorio, non possono fruire di varie misure di sostegno, come il Reddito di cittadinanza. Poco attrezzati, spesso, sul piano linguistico, culturale, istituzionale, stentano ad accedere anche alle misure a cui avrebbero diritto.

La pandemia ha anzitutto inciso sui nuovi ingressi. Benché nel mondo i migranti internazionali siano aumentati, raggiungendo la cifra di 281 milioni, in Italia sono diminuiti. In realtà l’immigrazione nel nostro Paese era stazionaria da una decina d’anni, a dispetto delle retoriche sull’invasione. La brusca frenata dell’economia e della mobilità internazionale provocata dal Covid 19 ha aggravato il fenomeno, imprimendo un segno negativo alle statistiche sui residenti: se ne contano 24mila in meno. Sono diminuiti di 74mila i permessi per lavoro, di 18mila quelli per studio. Sono scesi a 80mila i richiedenti asilo ospitati nel sistema di accoglienza, dimezzati rispetto al 2017.

Sul calo incide anche un fenomeno positivo, le acquisizioni di cittadinanza (133mila nel 2020). E incide un fenomeno ambivalente, come le seconde migrazioni verso altri Paesi sviluppati che offrono maggiori opportunità. Nel complesso tuttavia restrizioni inasprite per ragioni politiche, chiusure motivate dalla pandemia, crisi del mercato del lavoro hanno reso inospitale l’Italia per chi spera di potervi costruire un futuro migliore.

Sono inoltre rallentati i processi d’integrazione. Per esempio, gli acquisti di case sono dimezzati e si sono maggiormente concentrati in quartieri poveri e su abitazioni di bassa qualità.

Ma la crisi pandemica ha pesato soprattutto sulla partecipazione occupazionale. Nel 2020 si registrano 159mila occupati stranieri in meno, anche se gli immigrati rappresentano pur sempre oltre il 10% dell’occupazione registrata, in cifre 2,35 milioni. Il tasso di occupazione (57,3%) per la prima volta è sceso al di sotto della media nazionale. I dati non catturano inoltre il mondo dell’occupazione non dichiarata, in cui gli immigrati sono coinvolti in maniera diffusa: la contrazione dell’economia ha privato molti di questi lavoratori delle loro magre fonti di reddito.

Fragili fra i fragili, le donne immigrate (che sono oltre la metà dei residenti stranieri, 51,9%, di nuovo in contrasto con le rappresentazioni prevalenti) hanno subito in maniera ancora più grave i contraccolpi della pandemia. Ben 109mila hanno perso il lavoro, 10% delle occupate straniere (contro 1,6% per le donne italiane). Il 14% è sottoccupato, ossia lavora meno di quanto vorrebbe. Il 42% è sovraistruito, ossia svolge un’occupazione di livello inferiore a quello a cui potrebbe ambire con i suoi titoli di studio. Più della metà si concentra in tre occupazioni: colf, assistenti familiari, addette alla pulizia. Per il 39,7% sono addette ai servizi domestici o di cura.

Ora spira finalmente il vento della ripresa. Vari settori economici, come la ristorazione o l’edilizia, lamentano carenze di manodopera. Occorre un impegno istituzionale per far incontrare queste domande con l’offerta di lavoro anche straniera già disponibile. Ma servirà anche una nuova politica, auspicata dalla stessa titolare dell’Interno Luciana Lamorgese, delle quote d’ingresso ferme da anni a una quota ridicolmente insufficiente. Occupazione e sviluppo di un Paese si legano inestricabilmente anche all’accoglienza e alla valorizzazione del lavoro immigrato.