Attualità

Reportage. Tra i profughi accampati a Tunisi, dimenticati anche dalle istituzioni

Francesca Ghirardelli, Tunisi giovedì 17 agosto 2023

In cerca di futuro. Migranti accampati fuori della sede dell'Oim a Tunisi

Al primo sguardo, i fiori viola delle Bouganville sui muri bianchi traggono in inganno chi imbocca Rue du Lac du Bourget. Rendono solo più amara la scena che si presenta sui due lati della via, teli neri e tende di plastica arrangiate per terra, giacigli improvvisati e spazzatura bruciata, un pentolone di pastasciutta sul marciapiedi sudicio. E donne, uomini e bambini da Guinea, Costa d’Avorio, Nigeria, Gambia, Sierra Leone, che si rianimano quando il sole cala.

Di fronte sorge la sede dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, l’Oim di Tunisi, nessuna insegna, solo recinzioni e filo spinato. Qui erano diretti alcuni dei migranti incontrati a Sfax nei giorni più difficili di luglio, quelli della caccia a chi ha la pelle nera. E infatti ritroviamo alcuni di loro, venuti ad avviare la procedura di rimpatrio perché, della Tunisia, ne hanno avuto abbastanza. «All’Oim l’unica cosa facile da ottenere è il programma di rimpatrio a casa propria» ironizza il giovane Malek, che vive in un rudere occupato da connazionali sudanesi.

Loro, a differenza di chi sta in Rue du Lac du Bourget, sono registrati come richiedenti asilo, che per Malek significa in teoria un’assistenza di 350 dinari, 100 euro al mese, ricevuti però una volta sola da novembre. «L’anno scorso accampati qui eravamo in pochi. Poi, dopo il discorso del presidente contro i subsahariani, molti sono arrivati a cercare protezione». Ne era seguita una protesta alla sede di Unhcr, che dista trecento metri, poi i gas lacrimogeni della polizia e gli arresti. Alle persone rimaste a vivere sui marciapiedi, si è aggiunto ora chi è fuggito da Sfax. «Come i tre della Guinea che dormivano in quella tenda» indica Malek. «Uno non si reggeva in piedi. Per lui abbiamo chiesto aiuto ad Oim, che ripeteva di aspettare. Dopo tre giorni abbiamo chiamato noi l'ambulanza, ma ieri notte è morto».

C’è un altro uomo in preda a dolori. Viene dalla Sierra Leone. La moglie Saffiatu mostra il referto del pronto soccorso, ha un’infezione ai reni. «Un'associazione tunisina prima portava cibo ma poi la Polizia ha impedito le distribuzioni» prosegue Malek. «Per lavarci andiamo in una moschea, ma da un po’ chiudono a chiave i bagni, entriamo solo all’ora della preghiera». In questi mesi ha visto arrivare e ripartire molti da Rue du Lac du Bourget. «C’è stato anche chi, per le cattive condizioni di vita, ha deciso di tornare in Libia. Lo dico davvero. So che in Libia accadono cose terribili, ma le botte ricevute dalla polizia in Tunisia io in Libia non le ho avute. Per tre volte, poi, questo accampamento è stato attaccato da cittadini locali».

Di fronte alle accuse di supporto carente se non nullo, chiediamo con insistenza un incontro ad Oim. Otteniamo solo una dichiarazione scritta. «Forniamo assistenza ai migranti in fuga da Sfax e in arrivo nel nostro ufficio a Tunisi. (…) Il sistema Onu si sta rivolgendo alle autorità per facilitare l'accesso al sostegno urgente ai vulnerabili sui confini. L'Oim sta coordinando l'assistenza con la Mezzaluna Rossa e le autorità a Sfax e nel sud».

Proprio da Sfax, intanto, continuano ad arrivare persone. L’aria che tira laggiù, di nuovo, non è buona. Il 24 luglio a Bab Jebli, dove molti migranti restano accampati, i commercianti hanno organizzato una protesta contro «i danni materiali e morali causati dall'intensa presenza di immigrati sub-sahariani».

L’inferno, intanto, si consuma alle frontiere. Sono almeno 25 i corpi di migranti morti recuperati sul confine libico dall’inizio delle deportazioni. Ma, secondo una fonte che non vuole essere citata, sono pessime le notizie in arrivo anche dai “centri” della Mezzaluna Rossa nazionale, «ente praticamente governativo, imposto per coordinare gli aiuti». Allestiti per “accogliere” i migranti recuperati al confine, alcuni centri sono aperti nelle scuole (da liberare a metà agosto), altri in hangar come quello di Tejra a Medenine, in condizioni “orribili”. Se non c’è pace per chi non ha nessuna chance di ottenere l’asilo, non va meglio ai 3.400 rifugiati già riconosciuti e ai 7.200 che hanno presentato richiesta.

La Tunisia, pur firmataria della Convenzione del 1951, non ha un sistema nazionale di asilo, e del rilascio dello status si occupa l’Unhcr. La card però non protegge dai respingimenti e Ong e agenzie Onu appaiono in affanno, con le mani legate. Cinque rifugi di Unhcr tra Tunisi e Medenine, 500 posti complessivi, i più vulnerabili alloggiati in transit hotel, poi distribuzioni di cibo e cash assistance.

Ma l’impressione è che l’emergenza umanitaria prodotta dal governo, fra narrativa violenta ed espulsioni, colga di sorpresa il già limitato sistema di aiuto e protezione Onu. Viene da chiedersi come possa l’Unione Europea, con il suo memorandum, pensare di raggiungere i propri obiettivi nel rispetto dei diritti umani, se le Nazioni Unite non ce la stanno facendo.

Qualche giorno dopo averlo salutato a Tunisi, Malek si fa vivo su WhatsApp. «Sono in Italia, a Lampedusa». Due giornate di navigazione poi il carburante si è esaurito. «Lo abbiamo comprato in alto mare da un’imbarcazione di passaggio» racconta. In uno schizofrenico andirivieni dalla capitale tunisina alla costa delle partenze, la traversata del Mediterraneo appare agli occhi di molti, sempre di più, l’unica via d’uscita.

Ha lasciato Tunisi anche Saffiatu con suo marito. Ci invia la posizione Gps, è a pochi chilometri da Sfax. Le chiediamo se intenda imbarcarsi, le diciamo che il rischio in mare è altissimo. «Lo so, ma noi crediamo in Dio» è la sua risposta.