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Uganda. L'ospedale di Renzo Piano: costruisco luoghi di pace dove si impara a convivere

Luca Liverani giovedì 19 maggio 2022

Entebbe, 2017: Renzo Piano avvìa i lavori piantando il primo albero, alle sue spalle Gino Strada

«Io nel mio mestiere, a modo mio, ho un approccio pacifista. Costruisco luoghi di pace, dove la gente possa stare assieme, incontrarsi, imparare quella bella cosa che è la convivenza. E questi luoghi che costruisco sono ospedali, ma anche scuole, biblioteche, università, sale da concerto». Il "mestiere" di Renzo Piano, architetto di fama mondiale, è da sempre strettamente legato alla città e alle persone, alla civis e alla polis. E in questi tempi bui che hanno riportato la guerra fino in Europa, ribadisce con orgoglio che anche chi fa architettura può essere un "costruttore di pace".

L'ospedale è costruito con muri in argilla cruda ricavata dallo scavo delle fondamenta - Marcello Bonfanti

Merito anche della profonda amicizia che per dodici anni l’ha legato a Gino Strada, il chirurgo fondatore di Emergency in prima linea sui fronti di guerra a soccorrere le vittime civili. Renzo Piano parla di pace, di ambiente, di sviluppo sostenibile. Lo fa in occasione del primo anno di attività dell’ospedale "scandalosamente bello" che l’amico Gino gli chiese di progettare a Entebbe, per dare un grande centro di chirurgia pediatrica all’Uganda, che di chirurghi pediatrici, prima che aprisse questo ospedale, ne aveva quattro in tutto il Paese. Un progetto che ha regalato a Emergency, e di cui parla volentieri in una chiacchierata in streaming tra il suo studio a Genova e i giornalisti arrivati a Entebbe per il primo anniversario. «Mi spiace – confessa – di non essere con voi. Anche perché mi piacerebbe tanto essere lì a vedere l’ospedale nel suo funzionamento. Quando si parla di edifici, la vera aspettativa è vederli pieni di gente. Come sono gli alberi di jacaranda che abbiamo piantato? Sono fioriti?».

Architetto, com’è nato questo progetto - ambizioso e un po’ folle - di un centro di chirurgia pediatrica in Uganda, per ribadire il diritto alla salute davvero per tutti?

È nato apparentemente in maniera molto semplice. Un giorno mi chiama Gino e mi dice: "Vorrei che tu facessi un ospedale scandalosamente bello sul Lago Vittoria". Gino non è che lo conoscessi bene, era mancata da poco la moglie Teresa, gli avevo mandato dei messaggi di condoglianze, perché lo seguivo da sempre. Ma è nata quella cosa che succede talvolta, le famose affinità elettive, persone che incontri e di cui diventi amico per la vita. Uno fa il chirurgo, in giro per il mondo, l’altro fa l’architetto, ma evidentemente ci siamo nutriti delle stesse curiosità, delle stesse passioni. Ci siamo ritrovati immediatamente e abbiamo cominciato a lavorare. Queste due parole, "scandalosamente" e "bello", contengono già tutto. La parola bello ci è stata rubata da chi fa pubblicità, sembra pericoloso usarla, rischi di passare per stupido, per uno che parla di cose superficiali, di frivolezze: "Ma come, il mondo ha bisogno di ben altro…". C’è voluto un attimo per me per capire che il bello di cui parlava Gino era quello giusto.

Piccoli pazienti del Centro di chirurgia pediatrica ricoverati assieme alle loro mamme - Davide Preti

Che tipo di bellezza le è stata chiesta, stavolta?

"Bello" già in italiano spesso vuol dire anche buono. Per non parlare del kalòs greco, o di nzuri in swhaili. Devo dire che è stato il più breve programma mai avuto: quando mi commissionano un progetto, le spiegazioni a volte sono libri interi.

E perché doveva essere anche una bellezza "scandalosa"?

Significava fare in Africa una cosa di grande eccellenza medica, persino ambientale e umanistica. E poi un regalo non può essere che il meglio del meglio, non puoi fare altrimenti. Altrimenti sei una persona ignobile.

Eccellenza architettonica, quindi, di pari passo con l’eccellenza medica?

Sì ma non solo. L’eccellenza è anche quella insegnata al personale, medico e infermieristico, è quella lasciata sul posto. Un conto è regalare il pesce, altro è insegnare a pescare. È nato tutto grazie a questa affinità che ci ha fatto intendere rapidamente. Su questo progetto, lo ribadisco, c’è stato un approccio "pacifista", non di un pacifismo inerme: mai visto un pacifista più combattivo di Gino Strada. Ma anch’io a modo mio, molto più modestamente, faccio un mestiere simile: costruisco luoghi di pace. E ci siamo ritrovati su tanti terreni che evidentemente già esistevano tra noi. Assieme alle tantissime persone che l’hanno voluto: a migliaia hanno donato anche solo 50 euro. Il budget, oltre al 20% dato dal governo dell’Uganda, e alcune donazioni generosissime, è stato di donazioni piccolissime. Davanti a questo entusiasmo bisognava essere proprio pessime persone per non trovare l’energia che serve per fare una cosa buona.

il tetto dell'ospedale accoglie 2.500 pannelli fotovoltaici - Marcello Bonfanti

Un progetto come questo potrà essere replicato in altre regioni dell’Africa? È un modello sanitario e architettonico?

L’Africa non è solo un luogo di tragedie, è anche un luogo di speranza, un continente straordinario, che ha un’energia incredibile. Umana, ma anche solare. L’idea che un edificio possa catturare energia per essere pressoché autosufficiente, si può sviluppare altrove. La tettoia così generosa che copre l’ospedale di Entebbe ha una triplice funzione: crea ombra per non surriscaldare l’edificio, copre dalla pioggia – è importante perché è costruito in argilla pressata – e cattura l’energia solare. Sì, abbiamo usato l’argilla scavata sul posto, ma abbiamo voluto renderla migliore, con ricerche e additivi. Pensate che uno di noi è stato fermato all’aeroporto perché aveva della terra in valigia: dovevamo farla analizzare, per trovare il modo di solidificarla senza apporto di energia. Non è stato usato il calore, ma la compressione. E sarebbe stato anche più semplice fare tutti i pezzi in Italia e poi trasportarli e montarli. Ma avremmo lasciato pochissimo sul posto, la gente non avrebbe imparato nulla. Sì, può essere un modello di edifici di grandissima inerzia termica, realizzati senza consumare CO2, riducendo al minimo i trasporti, proteggendo i muri dal sole, catturando l’energia solare. Studenti dell’Università di Kampala vengono nella nostra fondazione a studiare. Va detto, non sono state cose facili. Ma ad Emergency fanno solo cose difficilissime. E anch’io sono abituato, modestamente.

Cosa possiamo imparare in Occidente dall’economia di risorse adottata per questo progetto in Africa, anche in temine di sostenibilità?

Moltissime cose si possano esportare da noi. La frugalità e la sobrietà, innanzitutto. Il progetto di un edificio è sempre il ritratto di chi lo vuole. Il budget di 23 milioni è stato niente, ma si può fare, se punti all’essenzialità dell’edificio. L’inerzia termica dei muri, ad esempio, spessi 60 centimetri, fa sì che l’edificio riduca a un quarto i consumi, come nelle vecchie case di campagna. Poi l’incredibile livello di igiene che c’è, a Entebbe come nell’altro voluto da Gino Strada a Khartum: molti ospedali occidentali sono meno puliti e organizzati di questi in Uganda e Sudan. Gino voleva ospedali in Africa dove anche dei genitori di Boston, per esempio, avrebbero voluto curarci il figlio. Poi la gratuità, che garantisce che il diritto alla salute sia tale davvero per tutti. E non è ovunque così, in Occidente. Poi l’idea di catturare l’energia solare: stiamo facendo tre ospedali in Grecia per la Fondazione Agnelli, autosufficienti e a emissioni zero di CO2. Si può fare.

L'80% del personale sanitario dell'ospedale è locale - Davide Preti

Oggi si parla molto di bioarchitettura e di sostenibilità nelle costruzioni.

Non sono cose fatte perché è di moda. La terra è fragile, è una scoperta purtroppo molto recente. Noi, a dire il vero, sono almeno 30 anni che facciamo edifici così, il primo a San Francisco, il museo della scienza. E questo ospedale a Entebbe riesce a portare all’estremo cose che poi sono altrettanto importanti nel nostro mondo: sobrietà, bassi consumi, durevolezza, trasporto di materiale ridotto al minimo. Abbiamo portato solo i pannelli solari, perché non ci sono fabbriche africane di questi dispositivi. Sapevamo di dover andare all’essenza, nessuno spazio per la frivolezza. Il "bello" di cui parlò Gino è un bello profondo, che non ha nulla a che spartire con la cosmesi. L’approccio culturale, di comportamento, è un grande insegnamento che si può portare in giro per il mondo.

Cosa le manca di Gino Strada, in questo tempo di guerra in cui potrebbe dire cose importanti?

Mi manca tutto: il senso dell’umorismo, il suo chiamarmi "geometra", che non era dileggio, perché lui sapeva benissimo che a me piace misurare tutto quanto. Misurare le cose è un’attività importante. Anche misurare le parole dovrebbe esserlo. E poi a una certa età ti accorgi di non esistere in quanto te stesso, sei un pochettino la somma di tutti gli amici che hai avuto, delle persone cui hai voluto bene, dei libri che hai letto, dei film che hai visto, dei luoghi che hai visitato. Luis Borgues diceva che qualsiasi attività è a metà strada tra memoria e oblio. Rubi a qualcun altro, e per fortuna dimentichi anche. Gino è una delle persone, non tantissime, che mi hanno lasciato tanto. Mi manca e non mi manca: mi consola il fatto che io sono anche un pezzo di Gino. Era un coraggioso, una persona franca, sincera, non si prendeva mai troppo sul serio. Diceva spesso: "Qui ci vorrebbe un vero dottore". E anche io dico spesso: qui ci vorrebbe un vero architetto. Gino c’è in molti miei atteggiamenti.