Attualità

L'incontro. Nella chiesa di Moro, per liberare il suo pensiero "sotto sequestro"

Angelo Picariello venerdì 22 marzo 2024

L'incontro sul pensiero di Aldo Moro nel salone della Chiesa di santa Chiara a Roma

Ritrovarsi nella Chiesa di Santa Chiara, a Roma, in piazzale dei Giuochi Delfici, quella in cui Aldo Moro si recava a Messa, la mattina – anche quell’ultima mattina da uomo libero, il 16 marzo 1978 – e provare a liberare il suo pensiero, «tenuto sotto sequestro per troppo tempo, sotto il peso di quei 55 giorni», sintetizza efficacemente Marco Follini. L’incontro (La crisi della politica e l’attualità di Aldo Moro) è promosso da Francesco Gagliardi, con la collaborazione del parroco don Andrea Manto, a moderarlo è Marco Frittella, giornalista politico di lungo corso, ora direttore della comunicazione di Rai.com, che indica subito l’obiettivo: «Cercare di far arrivare alle giovani generazioni, del vissuto di questo grande statista qualcosa di più del caso Moro». Da dove iniziare? Di spunti ne fornisce diversi la professoressa Marialuisa Sergio, storica contemporanea a Roma 3, uno più attuale dell’altro, per stare al tema dell’incontro. La critica serrata al movimento dell’Uomo qualunque, l’antipolitica al tempo dei suoi anni giovanili; o l’incontro dei leader europei del 1967 voluto da Moro presidente del Consiglio in occasione del Decimo anniversario dei Trattati di Roma, in cui lui promuove una riflessione fra i paesi della Comunità europea circa i passi avanti compiuto nel Mercato comune e quelli che sono ancora da fare, che lui indica come necessari, ossia «una redistribuzione della ricchezza fra i paesi Europei, e una forte iniziativa europea fra Este e Ovest, e per la crisi in Medio Oriente». Una lungimiranza che lo rende attuale più che mai.

Il fattore tempo, fondamentale nella sua politica. «La prudenza di cui faceva uso porta a descriverlo come uomo del freno al cambiamento» rimarca Follini, e invece fu un grande acceleratore dei processi storici, «i maggiori cambiamenti portano la sua paternità, dal centrosinistra alla solidarietà nazionale». Ma per condurli in porto occorreva ponderazione e opera di convincimento. L’ex segretario dell’Udc, con un passato remoto da segretario del movimento giovanile Dc, riporta nel ricordo di Ciriaco De Mita, la risposta che Moro diede all’ex segretario della Dc che, da giovane segretario di Avellino, gli chiedeva di accelerare sull’apertura a sinistra. «Gli rispose che andava fatta, ma per arrivarci occorrevano tre passaggi. Convincere il mondo cattolico che nulla andava perduto nella prospettiva di fede. Spiegare agli Stati Uniti che nulla sarebbe cambiato sul piano delle alleanze internazionali. Convincere infine l’elettorato conservatore del Sud, per evitare derive reazionarie. Poi realizzò quel disegno, ma su basi solide. Mentre nella politica attuale - constata amaramente Follini – si va di fretta ma non si combina quasi nulla».

Ma il Moro giovane, quello al quale venne negata la parola al congresso dc di Bari, che poi insistette e la ottenne, porta a ulteriori considerazioni valide per l’oggi, da offrire ai giovani «circa la necessità di perseverare, di non rassegnarsi ai blocchi che i partiti impongono al loro ingresso in politica».

Anche Lucio D’Ubaldo si sofferma sul Moro giovane, a Bari, critico verso i partiti, «in una città e in una Regione-laboratorio come Bari e la Puglia», dove rinasce la democrazia, dopo la fuga del re e la nascita a Brindisi del governo Badoglio. «Moro denuncia il vizio autoritario e verticistico dei partiti», che rischiano di riproporre lo stesso schema logoro del fascismo, cosicché «in questa dura critica ai partiti che si riproponevano alla fine del ventennio, lui chiese di dare spazio agli “indipendenti”».

Fabrizio Cicchitto consiglia di andare a riscoprire il contributo che venne da esperienze maturate negli anni Trenta, dall’Università cattolica alla Fuci, realtà tollerate dal fascismo in cui si svilupparono correnti di pensiero che poi saranno fondamentali nella nascita della Repubblica. Alcune delle quali, rileva da ex militante socialista, «dalla Cisl alle Acli, da Donat Cattin a Pastore, costituirono una sorta di corrente socialista all’interno della Dc». Ma Cicchitto vede un filo a legare la politica estera democristiana e socialista, «da Mattei a Moro, da Fanfani a La Pira, fino a Bettino Craxi». Si parla tanto di Moro e Berlinguer, ma Cicchitto ricorda il fitto carteggio, recuperato, fra Moro e Nenni, e ricorda la reazione di Craxi quando gli arrivò la lettera di Moro dalla prigionia: «Scoppiò in un pianto, “Noi non siamo comunisti – disse - dobbiamo fare di tutto per liberarlo”. Forse non si può dire, ma in Italia nei sequestri si è sempre trattato».

In realtà Moro guardò sempre con interesse alla visione socialista, una tesi – che ricorda Follini – a metà fra storia e leggenda, vuole che abbia persino chiesto di iscriversi al partito socialista, negli anni giovanili baresi, quando la Dc gli sbarrava le porte. «Si è voluto descrivere la solidarietà nazionale, come un disegno di collaborazione politica, quasi una anticipazione del Pd. In realtà lui pensava al Pci come un partito da coinvolgere per potersi contendere in una logica di alternanza la guida del Paese», conclude Follini. Ecco uno dei punti fondamentali finiti “sotto sequestro” del pensiero di Moro, sempre per via di una lettura riduttiva e sbagliata del clima di quei 55 giorni. Cicchitto è anzi convinto, e porta testimonianze al riguardo, che il disegno di Moro fosse in realtà, una volta sperimentata la impossibilità di collaborare col Pci, quello di rafforzare l’asse con il partito socialista. Chissà. Di sicuro il Moro che l’ex esponente socialista e di Forza Italia ricorda – quello che al momento dello scandalo Lockheed alla Camera avvertì «Non ci faremo processare nelle piazze» - è mancato, al momento dell’esplosione di Manipulite che ha cancellato, con le inchieste, i partiti della cosiddetta Prima Repubblica.

Moro uomo della prudenza, ma anche di fredda lucidità, saldo nei principi di fede, che alimentava con la quotidiana partecipazione dell’Eucaristia, come era saldo nei suoi obiettivi politici, ma pragmatico nella loro attuazione. Moro vicino a De Gasperi più di quanto si pensi. La professoressa Sergio li accomuna ad esempio, nell’idea di un partito agile, leggero, in contrapposizione con alla visione di Fanfani, che perseguì invece l’idea di un partito più “strutturato” e pesante. Moro, l’uomo del dialogo, «incontrò anche i leader della Contestazione e che - ricorda Cicchitto – per paradosso fu colpito proprio da una frangia di loro che prese la strada della lotta armata».