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Cnel. Treu: un patto per fare le riforme e il via alla legge sulla rappresentanza

Francesco Riccardi venerdì 11 febbraio 2022

Tiziano Treu, presidente del Cnel ed ex ministro del Lavoro e dei Trasporti

«Non sarà facile, ma senza un patto sociale forte e complessivo, senza mantenere il passo serrato delle riforme, rischiamo di ricadere nel baratro della crisi e perdere l’occasione storica del Piano di ripresa e resilienza». Tiziano Treu, presidente del Cnel ed ex ministro del Lavoro e dei Trasporti, punta sull’ottimismo della volontà e sulla coscienza del livello della sfida che attende tanto la politica quanto le parti sociali.

Presidente, intanto un quarto dei lavoratori ha un basso salario e una famiglia su 10 di occupati è in condizione di povertà. Da cosa dipende maggiormente: dalla precarietà del lavoro, dalle poche ore lavorate o dai bassi salari?
Da tutti e tre questi fattori insieme, che non sono però una novità. Sono mali che hanno radici antiche, si sono sviluppati negli ultimi decenni assieme a bassa produttività, cattiva qualità dell’occupazione, polarizzazione dell’occupazione. Complessivamente, poi, la quota del lavoro sul Pil è andata progressivamente diminuendo a favore dei profitti aziendali, senza che ci fosse un riequilibrio.

Il salario minimo per legge, che ormai è diffuso in quasi tutta Europa, è una soluzione contro i bassi salari o rischia di danneggiare la contrattazione finendo per penalizzare gli stessi lavoratori?
La questione è oggetto di studio da almeno 15 anni e non sono emerse evidenze che l’intervento legislativo danneggi la contrattazione. Certo, poi l’efficacia del salario minimo legale dipende dalle modalità di fissazione e dal suo livello. Funziona meglio nei Paesi in cui a stabilire le soglie non è direttamente la politica ma una commissione di esperti in cui siedono anche i rappresentanti delle parti sociali. In ogni caso, la proposta di direttiva dell’Unione Europea prevede la possibilità di intervento sia con il salario minimo legale sia attraverso la contrattazione. La discussione al Cnel ha evidenziato per noi la preferenza per il sistema contrattuale. Che però va rafforzato, generalizzato e reso più trasparente.

E invece oggi sono diffusi "contratti pirata", firmati da aziende e sindacati compiacenti. Come contrastarli?
L’ideale sarebbe approvare finalmente una legge sulla rappresentanza che misuri il peso reale di sindacati e organizzazioni datoriali, a quel punto titolate a firmare contratti validi per tutti i lavoratori di un determinato settore o azienda. I tempi sono maturi per un intervento legislativo, intanto però ci sono azioni che possiamo già intraprendere. Al Cnel abbiamo visto come quasi i due terzi dei 900 e passa contratti censiti siano firmati da associazioni datoriali fantasma, che nessuno conosce. Questi accordi possono essere esaminati e, laddove si riscontrino livelli salariali troppo bassi rispetto alla media del settore, possiamo segnalarli all’Ispettorato del lavoro che può ispezionare e sanzionare le imprese.

Solo nel settore pubblico esiste una certificazione della rappresentanza, propedeutica a contratti validi erga omnes, nel settore privato, no. Di chi è la responsabilità di questo ritardo: dei sindacati, delle imprese o delle strutture che dovrebbero certificare?
La legge per il settore pubblico l’abbiamo promossa Bassanini e io nel 1997, ma lì il datore di lavoro, essendo lo Stato, è unico e chiaro. Nel comparto privato, invece, sono soprattutto le associazioni imprenditoriali a frenare, a non trovare una base di indici di rappresentanza che costituiscano l’ossatura della legge. E ciò nonostante i contratti pirata determinino anzitutto una concorrenza sleale alle imprese che operano nella legalità e nel rispetto delle tutele dei lavoratori.

Il ritorno dell’inflazione pone un ulteriore problema per i lavoratori a basso salario. Occorre una nuova politica dei redditi? Come realizzarla?
Speriamo abbia ragione chi prevede sia solo una fiammata, dovuta al temporaneo incremento dei prezzi dell’energia, perché altrimenti l’aumento dei prezzi rischia non solo di impoverire ulteriormente il già scarso potere d’acquisto dei lavoratori, ma di distruggere interi segmenti industriali particolarmente "energivori". La situazione, però, è molto diversa da quella degli anni ’90 quando si realizzò il grande accordo sulla politica dei redditi, bloccando la scala mobile e riformando la contrattazione. Oggi non c’è una spirale prezzi-salari, i nodi sono più geopolitici che nazionali, come dimostra la questione ucraina, la pandemia e in generale i portati della globalizzazione. È però altrettanto vero che nel nostro Paese occorrerebbe un grande patto sociale complessivo tra governo, sindacati e imprese, così come chiesto da Cisl e inizialmente anche dalla Confindustria, che non si limiti a fissare qualche nuova quota di età pensionabile ma affronti seriamente le tante riforme da realizzare per migliorare il nostro sistema economico.

Ma la concertazione è "fuori moda" e anche il dialogo sociale sembra svolto controvoglia. Ci sono le condizioni politiche per una nuova grande intesa, con questo governo tecnico e in un anno pre-elettorale?
Questo in realtà non è un governo tecnico, ma super-politico: per come Mario Draghi interpreta il suo ruolo e per la vasta maggioranza che lo sostiene. Certo, i rischi derivanti dalle tentazioni elettoralistiche ci sono. Mi auguro però che le forze politiche siano responsabili e coscienti dell’enorme posta in gioco. Che non è solo la tenuta della ripresa, ma davvero il futuro del Paese. Se non si tiene il giusto passo delle riforme, saltano i finanziamenti del Pnrr e si perde un’occasione storica. Rischiando di ritrovarsi sull’orlo del baratro.