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Intervista. Rosi Bindi: «Fede strumentalizzata. Cambiare? Serve fermezza»

Antonio Maria Mira martedì 8 luglio 2014
«Le parole del Papa a Cassano sono state forti e vere ma nessuno può pensare che siano magiche. E che quindi producano effetti immediati proprio perché il Vangelo non è magia ma cambiamento di vita, conversione. Il Papa ha indicato la strada, noi la dobbiamo seguire come credenti, come cittadini, come istituzioni, come politica, sapendo che è un percorso lungo». Così il presidente della Commissione parlamentare antimafia commenta il grave episodio di Oppido Mamertina, replicando anche a chi ha parlato di un Papa Francesco inascoltato. E annuncia che la prossima settimana la Commissione sarà nel paese calabrese. «La nostra presenza è importante anche per sostenere i preziosi segni di cittadinanza che ci sono su quel territorio come la cooperativa Valle del Marro».Presidente Bindi come giudica quanto accaduto a Oppido?È molto grave e sconcerta, però è l’ennesima prova di una realtà che esiste da tanto tempo: la ’ndrangheta è la mafia più potente proprio perché è quella più capace di confondersi e di rendere complicata la distinzione tra il grano e la zizzania. E questo è avvenuto anche con la religione. Lo sapevamo, c’è chi continua a negarlo e però ora è sempre più evidente. Anche perché accanto alle parole del Papa bisogna registrare un comportamento molto fermo da parte dell’episcopato calabrese, a partire dal suo presidente monsignor Salvatore Nunnari.<+NEROA>Pensa ci sia stato un cambiamento?<+TONDOA>È chiaro che la ’ndrangheta usa la Chiesa, la religione, la fede, ma qualche volta la Chiesa si è fatta usare, e quindi non si può pensare che nel giro di qualche giorno tutto cambi. Sarà un lavoro lungo, di semina. Il Papa ha indicato la strada, i vescovi e gli uomini e le donne di buona volontà hanno capito e si sono messi su questo percorso ma si tratta di cambiare una condizione secolare.Ma è solo la Chiesa che deve farlo? In questo episodio la politica locale non ha certo dato il miglior esempio...La questione riguarda la Chiesa e tutta la società calabrese. Quello che il Papa ha detto per i credenti vale anche per i cittadini perché anche tra Costituzione, cittadinanza e mafia c’è assoluta incompatibilità. Quindi quello che è accaduto in questa processione è grave per la Chiesa ma anche per le istituzioni, la politica, la cittadinanza. Io ho tefonato al maresciallo dei carabinieri perché è stato l’unico che, allontanandosi e riuscendo ugualmente a fare il suo lavoro di indagine, ha dimostrato che lo Stato c’è.Cose devono fare le istituzioni e in particolare il governo?Il governo deve prendere la questione Calabria in mano per fare di questa regione un laboratorio di rilancio economico, di superamento delle grandi ingiustizie sociali e dell’isolamento in cui vive. Ma di pari passo con la lotta forte e determinata nei confronti della ’ndrangheta.La magistratura calabrese lamenta invece disattenzione. Ha ragione?Ci vuole un impegno fortissimo di sostegno alla magistratura e alle forze dell’ordine. Il governo lo ha annunciato, non sufficiente, ma era un primo passo anche se ancora non si vede. Ci vogliono le migliori energie, risorse e talenti.Ma basta?No, dopo bisogna avere il coraggio, come ha avuto il Papa, di tracciare questa linea tra cittadinanza e mafia che chiama in causa la politica, le professioni, l’imprenditoria. Non mi sembra che come in Sicilia ci sia anche in Calabria una Confindustria che espelle chi paga il pizzo o chi concorre agli affari della ’ndrangheta. La forza della ’ndrangheta è la propria forza di penetrazione ovunque. Questo vale per la Chiesa ma anche per la pubblica amministrazione, la politica, le imprese. Bisogna rompere questa connivenza silenziosa che dura da troppo tempo.