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Intervista. Glenn: l’autonomia scolastica miraggio italiano

Elena Molinari martedì 1 aprile 2014
Prima di diventare rettore della School of Education dell’Università di Boston e quindi docente di storia e politiche dell’istruzione allo stesso ateneo, Charles Glenn ha diretto per vent’anni le scuole urbane del Massachusetts, incoraggiando una crescente diversità del panorama educativo dello Stato del Nordest. Dal suo osservatorio al Dipartimento dell’Educazione prima e all’Università di Boston dopo, Glenn ha preso nota ripetutamente dei rischi di un sistema scolastico troppo rigido e centralizzato e dei benefici delle autonomie scolastiche, soprattutto per i bambini più svantaggiati. I concetti che esplora con maggiore frequenza nei suoi molti libri sono la "libertà d’istruzione", la "scelta scolastica", e "l’equilibro fra autonomia e responsabilità". Professor Glenn, come si declina il principio della libertà d’istruzione in una democrazia moderna?La libertà educativa si manifesta con grande diseguaglianza. Oggi nella maggior parte dei Paesi chi ha risorse può permettersi di vivere in aree con buone scuole pubbliche, può pagare lezioni private, o iscrivere i propri figli a una scuola privata. Queste persone e i loro figli godono di libertà d’istruzione. Altri no. Invece la reale libertà d’istruzione richiede due elementi. Uno è che le famiglie siano effettivamente in grado di scegliere, senza impedimenti finanziari, la scuola che corrisponde ai loro valori e all’obiettivo educativo che hanno in mente per i loro figli. L’altra è che ci siano reali alternative nel panorama scolastico, il che richiede un notevole grado di autonomia per le scuole. Qui è dove l’Italia è arretrata, nonostante il tanto parlare di autonomia scolastica da parte dei vari governi che si sono succeduti in questi anni. In particolare, il sistema che assegna gli insegnanti alle scuole non ha precedenti in Occidente nella sua rigidità.Che cosa pensa che lo Stato possa e debba fare per migliorare la qualità dell’istruzione di un Paese moderno?Deve imporre degli obiettivi chiari ed espliciti che le scuole devono raggiungere e stabilire delle conseguenze reali per gli istituti e gli educatori che li mancano ripetutamente. Allo stesso tempo, deve dare agli insegnanti e agli amministratori delle singole scuole la libertà di decidere come raggiungere quegli obiettivi e di determinare autonomamente quali valori la scuola vuole trasmettere ai suoi alunni.Che cosa possono fare le famiglie?Le famiglie sono i primi educatori, e non solo quando i bambini sono piccoli. Una delle decisioni più importanti che una famiglia deve prendere è a chi affidare parte di questa responsabilità attraverso la scelta di una scuola. È tipico di un regime totalitario o autoritario dire che ogni bambino appartiene allo Stato. Sfortunatamente, le democrazie liberali spesso sono tentate di fare lo stesso errore, convinte che lo Stato ha il dovere di dare una forma ai propri cittadini in modo che corrisponda a quella dello Stato. Questo può aver avuto senso per la polis greca, che aveva poche centinaia di migliaia di cittadini, ma non è assolutamente appropriata per una democrazia pluralistica moderna. Che cosa pensa dell’esperienza delle charter school americane, dove una scuola pubblica è gestita in maniera autonoma, quasi privatistica, da una cooperativa di genitori o insegnanti o da una società non profit? Crede che sia un modello replicabile in Italia?Sostengo con forza le charter school. Conosco la realtà italiana e credo che potrebbero funzionare bene in Italia, ma bisogna notare che il sistema non è infallibile e molto dipende dalla sua applicazione. Gli Stati americani le hanno implementate in modo diverso e assistiamo a una grande differenza nei risultati da Stato a Stato. Quali sono i rischi di un sistema educativo pubblico centralizzato?L’istruzione non è un’attività prevedibile e ripetitiva, come portare a destinazione una lettera. Il ruolo dello Stato è di assicurarsi che le scuole forniscano tutte lo stesso, elevato, livello di qualità, e che gli interessi degli alunni più poveri siano protetti, non di sottrarre alle famiglie il loro suolo educativo. Una pedagogia di Stato è sempre una minaccia alla libertà dei cittadini, soprattutto nel momento in cui sono più vulnerabili, da bambini.