Attualità

INTERVISTA. Casini: «Sindacati responsabili, Fornero eviti strappi»

Arturo Celletti ed Eugenio Fatigante giovedì 15 marzo 2012
​«Sto vedendo un sindacato maturo. Affidabile. Tutti, senza distinzioni, stanno dando prova di responsabilità: Cgil, Cisl, Uil, Ugl...». Pier Ferdinando Casini parla da qualche minuto della trattativa sul lavoro e, dopo aver apprezzato la condotta delle parti sociali, manda un messaggio al ministro del Lavoro, Elsa Fornero: «Serve cautela e sensatezza, servono toni giusti. Perché questo negoziato deve chiudersi senza morti e feriti. E la gente deve capire il senso delle scelte fatte». Siamo al quarto piano di palazzo Montecitorio, nell’ufficio del leader dell’Udc e del Terzo polo. Casini parla dell’Italia. Di un’emergenza ancora tutta da superare. Elenca obiettivi e ammette che la fase dei sacrifici non si è ancora conclusa. Tra poche ore l’ex presidente della Camera sarà davanti al premier con Bersani ed Alfano. E il primo punto sarà proprio la riforma del lavoro. Ma forse non il solo, come ha provato nelle ultime ore a ripetere Alfano. «Non mi piace questo tentativo di spiegare a Monti l’agenda che dobbiamo discutere. Di fissarne i punti. Di dire "questo sì, ma questo no". Se il premier ci chiede di parlare di ambiente lo facciamo. E se è vero che questo è un governo di scopo prevalentemente economico, è altrettanto vero che il Paese va avanti e che tutto si lega all’economia. Anche la giustizia. Anche la Rai»Torniamo al lavoro. Presidente, Elsa Fornero ha commesso imprudenze?Il fronte è delicato, la trattativa complessa e, certo, qualche battuta poteva evitarla. Oggi bisogna evitare strappi, mediare, capire le ragioni di chi ti siede davanti. E avere la forza e il coraggio di rinunciare a un risultato magari in apparenza più significativo ma che lacera socialmente il Paese, e di accettare una conclusione meno appariscente ma dove le parti sociali siano pienamente coinvolte. Lei ci crede?Io ci credo. La Cgil ha accettato la riforma della previdenza. E ora si sta confrontando su quella del Lavoro. Non è più il sindacato barricadero, non ha minacciato di lasciare il tavolo... Questi sono segnali importanti per una società che ha un disperato bisogno di pace sociale e di riforme.Se la sente di escludere tensioni?Io al governo dico: avanti senza forzature. E, sommessamente, ricordo che ci sono loro, ci sono le parti sociali, ma c’è anche il Parlamento che vuole assumersi fino in fondo le proprie responsabilità. Perché l’Europa ci guarda, perché una riforma del lavoro non può essere rinviata e non lo sarà. Ma ripeto: cautela. L’articolo 18 non può essere un tabù, ma nemmeno la soluzione di tutto. Ci devono essere, come caposaldi, sgravi per i contratti d’apprendistato, ma pure sui contratti d’inserimento per i 40enni. E poi c’è la questione delle risorse: è pericoloso pensare di fare una rivoluzione senza fondi adeguati ed è assurdo anche ipotizzare di far pagare la rete di protezioni sociali alle imprese più piccole. Serve un riequilibrio fra loro e le grandi imprese.Sta dicendo che capisce le perplessità di Rete imprese?Sto dicendo di più. Non possiamo chiedere nuovi sacrifici se non facciamo qualche cosa per loro. Io dico: c’è un aumento di due punti di Iva previsto per ottobre: dobbiamo rivederlo o almeno attenuarlo o agire comunque sul cuneo fiscale.Monti ha detto che la fase dell’emergenza non è ancora superata. È d’accordo?Assolutamente sì. L’Italia non ha superato tutti i suoi problemi e tutto quello che è stato fatto finora deve essere la premessa di quello che si farà nei prossimi mesi. Se pensassimo che il peggio è alle nostre spalle creeremmo solo le premesse per riavvicinarci all’orlo del burrone. Dobbiamo andare avanti. Si può e si deve intervenire nuovamente sulle liberalizzazioni: in questo primo decreto c’è stato più un allargamento della concorrenza che vere liveralizzazioni, che vanno ora completate a partire dai servizi pubblici locali.I sacrifici non sembrano finire mai. Ma come bilanciarli?È vero, non sembrano finire mai. A giugno arriverà l’Imu, che sarà una stangata ben più pesante della vecchia Ici. C’è un’Iva che crescerà. Ma ci sono anche segnali positivi. Su cui puntare o su cui scommettere. La lotta all’evasione sta dando risultati, una vera spending review potrebbe dare almeno 5-6 miliardi. E poi c’è lo spread che scende: nel giro di settimane potrebbe arrivare a quota 200. Sono tutte risorse che si liberano. E noi sappiamo come utilizzarle: è l’ora di alleggerire la pressione fiscale. E di farlo partendo dai soggetti più deboli. Le famiglie – e l’orizzonte essenziale è quello del quoziente familiare –, le piccole imprese sempre più in sofferenza...Se la sente di fissare una data?No, perché alimentare illusioni è sbagliato. Ha fatto bene Monti a non prevedere un fondo per il taglio delle tasse: queste cose non si annunciano, si fanno. Detto questo, so per certo che nella testa del premier tutto è chiaro: la sofferenza del Paese, il disagio delle imprese e la necessità di intervenire per alleggerire la pressione. La riforma fiscale va fatta, al più tardi a inizio 2013. C’è una fascia di famiglie che sta scivolando nella povertà e tutti dobbiamo riflettere: abbiamo salvato l’Italia, ma ora dobbiamo salvare gli italiani.Cos’ha detto al presidente dell’Abi, Mussari?Che la norma sulle commissioni va cambiata, ma che anche le banche devono fare la loro parte. Sul credito, ma anche dando segnali tangibili sulle remunerazioni dei manager: ci si lamenta degli stipendi dei politici, ma è immorale anche vedere banchieri liquidati con 40 milioni.Anche lo Stato deve fare di più sui crediti non pagati?Sicuramente. È inconcepibile vedere allo stesso tempo uno Stato che fa l’esattore pignolo con Equitalia e uno lassista sui pagamenti ai fornitori.Bastano questi pochi mesi che mancano alla fine della legislatura?I partiti devono capire che il percorso è lungo. Non posso parlare per gli altri, ma nessuno può impedirmi di parlare per me stesso e allora dico: andrò in campagna elettorale e ripeterò che questa idea della politica deve continuare. Serve che l’armistizio duri, che il patto per il Paese prosegua. Anche dopo il 2013, anche dopo Monti. Non c’è più Vasto, non c’è più l’asse Pdl-Lega. Chi ha questa idea di politica è rimasto indietro, non ha capito che è proprio questo ad aver trascinato il Paese sull’orlo del baratro. Dopo Monti io voglio continuare con Pd e Pdl.E la democrazia dell’alternanza?In condizioni di normalità è lo schema giusto, ma se noi pensiamo che in 12 mesi ripassiamo dall’emergenza alla normalità vuol dire che abbiamo una visione esageratamente ottimistica della realtà.