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Inchiesta. Infrastrutture lombarde, il gip: la Regione sapeva

Luigi Gambacorta venerdì 21 marzo 2014
Ripulire il marcio, salvare l’Expo. Sostituire i vertici di Infrastrutture Lombarde Spa (Ilspa) e Concessioni autostradali lombarde (Cal), le due società appaltanti di proprietà della Regione, sostenere Giuseppe Sala. È la linea concordata nella riunione d’emergenza in via Rovello, a Milano, sede operativa di Expo 2015. E che il sindaco Giuliano Piasapia e il governatore Roberto Maroni, seppure in dichiarazioni disgiunte, abbiano rinnovato la «piena fiducia nel commissario unico» è solo una conferma dei gravi problemi che l’inchiesta della procura solleva.I pm parlano di una struttura «parallela» che per almeno cinque anni avrebbe pilotato incarichi, compresi alcuni per l’Expo 2015, e che dialogava con «i vertici della Regione Lombardia» quando era guidata da Roberto Formigoni. L’arresto di Antonio Rognoni, capo di Ilspa e Cal e dell’associazione a delinquere che coordinava con modi spicci, impone e agevola il rinnovamento. Ma il timore di tutti è che può rallentare i tempi per l’esecuzione delle opere. Un rischio che nessuno vuol correre a 405 giorni dall’inaugurazione dell’Esposizione. Il primo da sostituire è infatti proprio il direttore dei lavori di Expo, Alberto Porro che, seppure a piede libero è nel listone degli indagati. «È la figura più delicata per me» ha ricordato Sala. Maroni gli ha garantito che lunedì mattina provvederà a una nuova nomina. E che indicherà anche il successore di Rognoni e di Pier Paolo Perez, responsabile in Ilspa dell’ufficio gare ed appalti finito col capo a San Vittore. Non deve invece sostituire l’ingegnere e i quattro avvocati che, prima di finire ai domiciliari, occupavano due uffici in Regione, spogliando del «loro specifico compito l’affollato ufficio legale a ciò preposto, con un ovvio ulteriore ingiustificato aggravio di spesa». Sono gli avvocati il «comitato occulto» ad aver organizzato il sistema, «stipulando contratti che non avrebbero dovuto stipulare», a cominciare da quelli che assegnavano a se stessi.Per ora, essenzialmente a questo è rivolta l’inchiesta coordinata da Alfredo Robledo. «Quanto dire che siamo solo all’aperitivo», che tutto il resto, gli appalti dei lavori e della loro esecuzione dovranno ancora essere passati al setaccio. Anche per mano di Ilda Boccassini, capo dell’Antimafia e dalla sua inchiesta non più segreta mirata proprio su Expo. Fino ad ora organizzazioni mafiose non ne compaiono. Ma altre organizzazioni come la G-Risk dell’ex ufficiale del Ros Giuseppe De Donno, che proprio per vigilare sul rischio ambientale (infiltrazioni di cosche) di contratti per sé «spacchettati e dunque senza gara» ne ha presi sette.Un sistema «domestico», secondo il gip, un’organizzazione familistica molto allargata. Che ha fatto superare anche il vecchio meccanismo delle tangenti, la creazioni di fondi neri di una volta. Visto che ciascun associato aveva in questo caso ben chiaro di appartenere a «un comune e sentito sistema di spartizione». Che, a cominciare dagli esperti amministrativisti, garantiva lauti margini di guadagno.L’inchiesta disegna una mappa di opere di impressionate vastità, a cominciare dagli ospedali. Quasi non c’è centro o unità ospedaliera, ambulatorio in tutta la Regione che non abbia beneficiato di appalti. Quasi sempre parcellizzati e «spacchettati» in modo da eludere con «intese preventive e fraudolente» l’obbligo dell’appalto. Lo stesso sistema che gli studi legali adottavano per se stessi assegnandosi decine di contratti da 70 mila euro all’anno. L’altra enorme fetta erano i contratti per le nuove autostrade (Pedemontana, Tangenziale, collegamento Brescia-Bergamo). Qui, oltre al frazionamento, funzionava il sistema dell’aggiornamento per opere straordinarie o teoricamente impreviste oltre al premio per gli obiettivi raggiunti. Tutto, secondo gli inquirenti, già concordato prima ancora dell’assegnazione delle opere. Come per «la Piastra di Expo», una gara che «doveva essere del tutto fittizia (vinta dalla Mantovani) eccepì per l’eccesso di ribasso persino Roberto Formigoni». Lo fece, secondo un’intercettazione «per vincere due volte»: salvare l’appalto e la propria immagine.