Attualità

La campagna di sensibilizzazione. In Italia 15mila senza patria. Onu: mai più apolidi

Luca Liverani mercoledì 5 novembre 2014

In Italia è un problema che riguarda soprattutto i Rom. Arrivati tra il ’91 e il ’93 – cioè prima dell’esplosione della Jugoslavia – i circa 15mila Korakhanè ('lettori del Corano') che vivono nel nostro Paese sono apolidi, cittadini di nessuno Stato: né di quello da cui sono partiti, che non esiste più, né di quello che li ha accolti, perché la cittadinanza si dà a chi ha un passaporto valido. Persone senza identità legale, insomma, in un limbo giuridico che rende tutto difficile, se non impossibile: accesso all’istruzione, assistenza sanitaria, lavoro, perfino un certificato di morte. Ma come loro, nel Belpaese, ci sono intere famiglie giunte da Palestina, Tibet, Eritrea, Etiopia, ex Urss. E l’Italia comunque è uno dei 12 Paesi al mondo che ha stabilito procedure per il riconoscimento di questo singolare status, per via amministrativa o giudiziaria. Ma è un iter che può durare anche anni. L’apolidia è condizione in cui galleggiano circa 10 milioni di persone nel mondo: in Europa 600mila, (400mila nell’Ue) ma anche in Asia, Africa, Medioriente, Americhe. Più di un terzo sono bambini, che ereditano questo stigma dai genitori. E rischiano un giorno di passarlo, come una tara genetica, ai figli. Eppure è un nodo risolvibile, se c’è la volontà politica di creare norme  ad hoc.Per questo l’Alto commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr) lancia la campagna globale I belong, (Io appartengo: GUARDA) per cancellare l’apolidia entro il 2024. L’Alto Commissario Antonio Guterres, l’inviata speciale dell’Unhcr Angelina Jolie, il vescovo anglicano sudafricano e premio Nobel per la Pace Desmond Tutu e più di 20 personalità e opinion leader mondiali pubblicano una lettera aperta nella quale si dichiara che a 60 anni da quando le Nazioni Unite accettarono di tutelare le persone apolidi «ora è tempo di porre fine alla stessa apolidia». Ogni dieci minuti, informa l’Unhcr, un bambino nasce apolide. «L’apolidia può significare una vita senza un’istruzione, senza cure mediche o regolare impiego. Una vita senza la possibilità di muoversi liberamente, senza prospettive o speranze», si legge nella lettera aperta. Molte situazioni di apolidia sono una conseguenza diretta di discriminazioni basate sull’etnia, la religione o il genere. Non solo: 27 Paesi negano alle donne il diritto di trasferire la loro cittadinanza ai propri figli su base paritaria come gli uomini. C’è inoltre un collegamento tra apolidia, migrazione forzata e stabilità regionale. 

Va registrato però un cambiamento a livello internazionale. Sono aumentati i Paesi firmatari dei due trattati sull’apolidia – la Convenzione delle Nazioni unite del 1954 relativa allo status delle persone apolidi e la Convenzione del 1961 sulla riduzione dell’apolidia (oggi sono 144). E, negli ultimi 10 anni, più di 4 milioni di apolidi hanno acquisito una cittadinanza o si sono visti confermata la propria.