Attualità

Le voci. «In carcere, accanto a chi sbaglia»

Alessia Guerrieri lunedì 8 giugno 2015
L’incontro di due volti, il colpevole e la vittima. Due anime che, sia pure in maniera diversa, hanno bisogno di misericordia prima che di giustizia. Il nuovo umanesimo che parte dal carcere, infatti, passa anche dalla giustizia riparativa, o meglio dalla giustizia orientata al perdono e dalla creatività del recupero. Tutti percorsi inediti che le associazioni dei volontari in carcere ogni giorno cercano di realizzare, per far sì che il detenuto sia innanzitutto una persona. Un uomo che ha bisogno di rimettersi in piedi. Caritas italiana, Sant’Egidio, Seac (Coordinamento enti e associazioni volontariato penitenziario), Vic (Volontari in carcere), Jesuit social network, Rinnovamento nello spirito e Associazione Papa Giovanni XXIII sono infatti chiamati a camminare insieme, non solo al fianco dei carcerati, ma anche ad essere testimoni del cambiamento per costruire una società più accogliente. Una «nuova modalità di essere accanto a chi sbaglia» che ha ispirato la giornata di riflessione "Dal carcere un nuovo umanesimo", organizzata ieri nella casa circondariale di Rebibbia da Caritas italiana, su mandato della Conferenza episcopale italiana, in collaborazione con Caritas Roma. Un seminario di preparazione al V Convegno ecclesiale nazionale di Firenze, per «costruire in carcere un nuovo umanesimo che parta dall’ascolto, dal confronto e dal discernimento», ricorda il presidente del comitato preparatorio di quell’evento, l’arcivescovo di Torino Cesare Nosiglia. La detenzione difatti deve essere luogo di «redenzione», visto che anche il tempo trascorso in cella è «tempo di Dio e come tale va vissuto».Il compito dei volontari, perciò è quello di «combattere l’indifferenza con l’attenzione agli altri» e con l’ascolto delle persone in un luogo in cui «si è chiamati a rendere concreto il messaggio di Gesù nel Vangelo». L’esortazione del direttore di Caritas italiana, don Francesco Soddu, è rivolta all’operato dei volontari sia dentro che fuori le sbarre. Alla società in sostanza occorre «far mutare lo sguardo» verso una giustizia che non sia vendetta, aggiunge, ma anche gli stessi operatori della carità in carcere hanno «la sfida della giustizia riparativa che si fonda sull’incontro dei volti». Non  si può ignorare quindi, che in carcere «ci sono persone in situazione di sofferenza - dice il direttore Caritas Roma monsignor Enrico Feroci - bisognose di un annuncio di speranza, di misericordia, di comprensione e di solidarietà».Con il metodo repressivo, al contrario, in questi anni si è cercato di «riparare al male con il male», mentre «il nuovo umanesimo – gli fa eco l’ispettore generale dei cappellani nei penitenziari don Virgilio Balducchi –  è utilizzare il carcere meno possibile». Anche nei luoghi di reclusione però «noi vediamo lavorare Dio, perché persone ingabbiate nel male cercano il Bene». Ad esempio chiedendo perdono alle vittime. La misericordia così diventa vera misura alternativa alla pena. Misericordia e giustizia non sono opposti, ricorda padre Giampaolo Lacerenza, perciò la via da seguire è «portare dentro il carcere la misericordiosa giustizia con uno sguardo particolare alla dignità della persona e alla sua coscienza».