Attualità

Migranti. 500mila siriani nel ventre di Istanbul

Mauro Mondello mercoledì 23 dicembre 2015
Più di 500.000 siriani, secondo le stime del ministero dell’interno turco, popolano oggi la città di Istanbul, per molti divenuta 'la nuova capitale della Siria', il centro nevralgico della grande ondata migratoria causata dal dramma della guerra civile siriana. Si tratta di un numero gigantesco, specie se confrontato con i 900.000 rifugiati arrivati nel 2015 e ospitati oggi, complessivamente, dai 28 Paesi membri dell’Ue. Le famiglie che hanno raggiunto il Bosforo arrivano da Damasco, Hama, Aleppo, spesso con la prospettiva iniziale di fermarsi solo alcune settimane, giusto il tempo di raccogliere il denaro necessario per procedere nel lungo pellegrinaggio verso l’Europa. Eppure in molti, oggi, hanno deciso di fermarsi. «A Damasco avevo una libreria con una piccola casa editrice, ci dedicavamo alle pubblicazioni per l’infanzia. Dopo l’inizio del conflitto siamo stati costretti a chiudere. Per un po’ ho portato la mia famiglia ad Amman, in Giordania, ma ci ho messo poco a capire che per provare a costruire qualcosa di concreto sarebbe stato necessario trasferirci ad Istanbul». A raccontare la sua storia è Samer al-Kadri, fondatore e proprietario di Pages, la prima libreria araba di Istanbul, oggi divenuta un centro culturale di riferi- mento per i siriani della città e un luogo di incontro nel quale provare a costruire convivenza sociale fra popolazioni di differente estrazione etnica. «Abbiamo deciso di venire qui perché Istanbul rappresenta quanto di più vicino si possa immaginare rispetto alla Damasco siriana di una volta – continua al-Kadri –. Il popolo turco ci ha accolti a braccia aperte e noi siamo riconoscenti per questo. Non significa però che vivremo qui tutta la vita. Quando la guerra in Siria finirà e Assad verrà sconfitto, io tornerò nel mio Paese. Non posso giudicare gli altri, ma penso di avere la responsabilità, come siriano, di dare il mio contributo concreto per ricostruire ciò che è stato e continuerà ad essere distrutto durante gli scontri».  Camminando per le strade di Fatih, a pochi passi dalla stazione di Sirkeci, lungo le piccole vie scoscese che collegano i viali intorno a piazza Taksim con il quartiere alla moda di Karakoy, si notano i primi segni tangibili di una nuova anima che si fa largo dentro la città. Le case abbandonate sulle colline di Eminomu, arrampicate appena oltre il grande ponte Atatürk, sono state occupate dalle famiglie siriane più povere. Sui marciapiedi che costeggiano gli imbarcaderi dei traghetti, decine di bambini vendono fazzoletti e penne, nel tentativo di racimolare qualcosa da mangiare. Nonostante dal punto di vista emotivo la Turchia abbia infatti dimostrato grande apertura verso i profughi siriani, formalmente sono ancora molte le difficoltà da superare. Il governo turco non riconosce infatti i migranti in arrivo dalla Siria secondo lo status internazionale di 'rifugiati', ma utilizzando la definizione di 'ospiti'. Si tratta di una condizione che prevede una presenza sul suolo turco solo provvisoria e che, aggirando gli accordi diplomatici internazionali sulle vittime di guerra, non permette ai siriani l’ottenimento di un regolare permesso di lavoro. Il risultato è una grande ondata di impiego nero, sottopagato e con il beneplacito delle autorità locali, cui non dispiace poter contare su una manodopera altamente qualificata e con basse pretese economiche, quale quella siriana. «Sono ingegnere meccanico – racconta Mosab Midani, 28 anni, arrivato a Istanbul da Homs assieme alla moglie e alle sue due figlie – ma faccio il cuoco in un ristorante del centro. Mi pagano 5 lire turche l’ora (circa 1 euro e 60 centesimi, ndr), non è molto, lo so, ma riesco anche a portare a casa qualcosa da mangiare: bisogna resistere e andare avanti. La città ci piace, ma io voglio portare la mia famiglia in Germania, le mie figlie devono crescere lontano da qui, in un posto tranquillo: è l’unica cosa che conta».