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9 maggio. Peppino Impastato: la sua morte venne oscurata dal caso Moro

Fulvio Fulvi mercoledì 9 maggio 2018

Peppino Impastato, giornalista di 'Radio Aut', emittente libera di Cinisi

Alle prime luci dell’alba di quell'orribile martedì 9 maggio, nove ore prima del ritrovamento del cadavere di Aldo Moro nel bagagliaio della Renault 4 in via Caetani a Roma, il conducente del diretto Trapani-Palermo che sta per giungere alla stazione di Cinisi-Terrasini sente uno strano sussulto sotto il locomotore e ferma il convoglio. Scende e si accorge che in quel tratto di ferrovia che attraversa la campagna, per circa un metro le rotaie sono divelte dalle traversine. Il treno ha rischiato di deragliare. Il macchinista chiama i carabinieri che perlustrano la zona e notano sopra quei binari, e sparsi tutt'intorno fino a una distanza di trecento metri, minuti brandelli di un corpo umano. Qualcuno all'una e mezza di notte è saltato in aria per una bomba (cinque chili di tritolo, si scoprirà più tardi) ma nessuno, nelle vicinanze, ha sentito niente. I poveri resti vengono raccolti e portati via dagli investigatori dentro tre sacchetti di plastica. Si saprà quasi subito che appartengono a Giuseppe Impastato detto Peppino, giornalista e conduttore di Radio Aut, l’emittente libera di Cinisi, il paese in cui abita il boss di Cosa Nostra, don Tano Badalamenti, che risulterà direttamente coinvolto nell'inchiesta giudiziaria sul traffico di droga tra la Sicilia e l’America denominata 'Pizza connection'. Peppino è un giovane di trent'anni che porta baffi, barba e capelli lunghi, un militante della sinistra extraparlamentare, candidato di Democrazia Proletaria alle elezioni comunali, un 'ribelle' che il padre mafioso ha ripudiato. Volto shakespeariano e carattere donchisciottesco.

Uno che ai microfoni della radio, nella sua trasmissione 'Onda Pazza', non va tanto per il sottile nei confronti dei potenti, denunciando con sferzante ironia gli sporchi affari dei mafiosi e dei politici locali che ritiene collusi. Come è morto Impastato, e perché?

La prima ipotesi degli inquirenti è quella di un attentato terroristico non riuscito, come accadde nel 1972 a Giangiacomo Feltrinelli, dilaniato da un’esplosione sotto un traliccio elettrico a Segrate mentre metteva a punto un ordigno ad orologeria. Sono gli Anni di Piombo e l’Italia, sconvolta dalla violenza eversiva, ha paura: da 55 giorni il presidente della Dc è stato rapito dalle Brigate Rosse, il loro covo pare introvabile, si teme il peggio e i cittadini, i vertici dello Stato, le forze dell’ordine hanno i nervi scoperti. Posti di blocco, pattugliamenti, perquisizioni domiciliari a Roma e dintorni. C’è chi vede dappertutto i fantasmi con la stella a cinque punte. Il Tg 1 delle 13.30, lo stesso nel quale qualche minuto dopo sarà drammaticamente annunciato in diretta il rinvenimento del corpo dello statista democristiano, dedica alla morte del giornalista di Cinisi un servizio di cinquanta secondi che parla di un fallito attentato o di un probabile suicidio perché da una perquisizione in casa della madre sarebbe spuntato fuori un biglietto in cui il giovane avrebbe manifestato l’intenzione di togliersi la vita (in realtà si trattava solo dello sfogo, scritto mesi prima, di un uomo depresso che voleva curarsi e riposarsi dopo tante battaglie perse).

Ecco, il suicidio, la tesi che allora, con la prova nelle mani dei militari dell’Arma (la lettera fu resa pubblica dalla Commissione parlamentare antimafia 22 anni dopo) sembrava la più plausibile, forse perché 'tranquillizzava' e metteva d’accordo tutti. Tutti, tranne la coraggiosa mamma del defunto, Felicia Bartolotta, il fratello Giovanni e i compagni di Radio Aut, certi sin dall’inizio che si trattasse invece di un omicidio di matrice mafiosa. Qualche breve articolo sui giornali nazionali di mercoledì 10 maggio e poi, del 'caso Impastato' non si parlò più. L’assassinio dell’onorevole Moro e la cronaca delle indagini sull'affannosa ricerca dei suoi aguzzini, infatti, occuparono per diverse settimane ancora pagine e pagine di giornali e i notiziari Tv.

L’11 maggio, due testate della sinistra estrema e il quotidiano di Palermo 'L’Ora' , però, dando credito all'ipotesi avanzata dai familiari di Peppino Impastato, invitano gli inquirenti a seguire la pista del delitto di mafia. Dopodiché su questa morte ancora avvolta dal mistero calò pesante il silenzio dei mass media. I riflettori si riaccesero soltanto in occasione delle inchieste giudiziarie e dei processi, susseguitisi negli anni a venire, tra depistaggi, errori e omissioni investigative, dichiarazioni di pentiti, fino all'epilogo, consumatosi tra il marzo del 2001 e l’aprile del 2002, con le condanne definitive per i mandanti dell’omicidio: trent’anni all'esponente della cosca di Cinisi, Vito Palazzolo, e l’ergastolo per Gaetano Badalamenti, quel «Tano seduto, viso pallido esperto in lupara e traffico di eroina» che Peppino sberleffò più volte nei suoi interventi alla radio.