Attualità

20 marzo 1994. Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, 25 anni di misteri

Marco Birolini martedì 19 marzo 2019

I giornalisti Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, uccisi in Somalia

Ilaria Alpi era una giovane giornalista della Rai abituata a fare troppe domande. Per evitare che trovasse risposte troppo scomode, le spararono un colpo in testa vicino all’hotel Manama di Mogadiscio nord, il 20 marzo 1994. Accanto a lei c’era il suo cameraman Miran Hrovatin, giustiziato anche lui con uno sparo alla tempia. Più che un agguato casuale, come improvvidamente concluse la commissione parlamentare d’inchiesta presieduta dall’avvocato Carlo Taormina, fu un’esecuzione ben pianificata. Un doppio omicidio che resta impunito e circondato dal mistero: 25 anni di inchieste e processi non sono bastati per individuare esecutori e mandanti.

L’unico a finire in galera fu il povero Omar Hassan Hashi: arrivato in Italia nel gennaio ’98 per testimoniare contro presunte violenze perpetrate dai soldati italiani, fu indicato come membro del commando dal “supertestimone” Gelle. Hashi fu condannato e rimase 17 anni in cella. Fino al 2015, quando Chi l’ha visto scovò Gelle in Inghilterra. «Mi sono inventato tutto, gli italiani mi avevano promesso dei soldi che non ho mai visto» ammise il personaggio. Di conseguenza Hashi fu assolto “per non aver commesso il fatto”. Quel giorno, nell’aula del tribunale di Perugia, la prima ad abbracciarlo fu Luciana Alpi, madre di Ilaria, da sempre convinta della sua innocenza. Dopo la liberazione di Hashi la procura di Roma aprì una nuova inchiesta, che però – la decisione del giudice è attesa prima dell’estate – pare destinata all’ennesima archiviazione. Nel frattempo papà Giorgio e mamma Luciana sono morti senza ottenere giustizia. Solo i colleghi giornalisti non si rassegnano: insieme alla famiglia si sono opposti all’archiviazione e hanno lanciato la campagna #noinonarchiviamo, nella speranza di arrivare prima o poi alla verità.

Sarà tuttavia difficile, se non impossibile, trovare i colpevoli. Anche perché in questi 25 anni, tra buchi nelle indagini e veri e propri depistaggi, non c’è mai stata l’impressione di una forte volontà di risolvere il caso Alpi. Forse perché significherebbe rispondere alle domande di Ilaria. E trovare risposte sulla mala cooperazione, sul traffico di armi e di rifiuti tossici. Tre piste che la giornalista Rai seguiva con coraggio. In uno dei suoi bloc notes (quelli ritrovati, mentre altri sparirono dopo il delitto) annotò: «1.400 miliardi di lire. Dove è finita questa impressionante mole di denaro? Alcune opere come la conceria e il nuovo mattatoio di Mogadiscio sono semplicemente inattivi».

Ilaria aveva messo nel mirino lo spreco degli aiuti italiani, gli interventi finanziati solo per ingrassare i politici della Prima Repubblica e i loro lacché. Ma anche l’invio di veleni nel Corno d’Africa, accolti dalle fazioni somale in cambio di partite di armi che arrivavano a Mogadiscio e Bosaso a bordo di una flotta regalata dalla cooperazione italiana. E poi l’ultimo miglio della filiera, il più imbarazzante, che affiora dall’esame incrociato di alcuni documenti desecretati 5 anni fa dalla Camera. «Risulterebbe – si legge in una nota del Sismi – che numerose armi siano state trasportate da Mogadiscio nella zona centrale del Paese sfruttando colonne umanitarie che trasportavano profughi e viveri, con mezzi e scorte forniti dal contingente italiano». La soffiata arrivò direttamente dall’intelligence Usa, che aveva trovato le informazioni nella valigetta di Osman Ato, uno dei signori della guerra somali. Secondo i nostri servizi, un’ipotesi «verosimile», perché le truppe italiane (in quel periodo soprattutto i parà della Folgore) «sono state di fatto impegnate in tali operazioni». Pertanto, concludono gli 007, «limitati quantitativi di armi potrebbero essere stati introdotti in forma fraudolenta nei convogli impegnati nel trasporto di aiuti umanitari».

Ma possibile che il materiale bellico, verosimilmente armi leggere e munizioni, sia passato sotto il naso dei militari? In teoria sì. Perché le regole di ingaggio del contingente prevedevano «la sola scorta dei generi e non il controllo di essi». Un meccanismo ben congegnato, finalizzato a evitare i controlli delle forze Onu sul campo, che però si sarebbe inceppato se non ci fossero state complicità insospettabili e “miopie” di alto livello. Illuminante la testimonianza del generale Cesare Pucci, capo del Sismi all’epoca, a proposito del traffico di armi in Somalia. «Sapevamo del fenomeno, lo tenevamo sotto controllo» ammise in commissione parlamentare. Aggiungendo che, per decisione politica, non si faceva però «assolutamente niente» per contrastarlo.

Il quarto possibile movente, finora mai esplorato e forse il più inquietante, porta alla pedofilia. Ilaria Alpi, secondo il carabiniere Francesco Aloi (poi deceduto), era venuta a sapere di violenze sessuali contro civili. Ma potrebbe anche aver sfiorato, se possibile, qualcosa di ancora più abominevole: consultando i documenti si scopre che nel ’98, quando emersero presunte torture commesse da alcuni militari italiani, a Mogadiscio ci furono cortei di protesta della popolazione con tanto di manifesti raffiguranti italiani che abusavano bambini. Armi, corruzione, violenze. Uno scenario oscuro che Ilaria Alpi tentò di illuminare. Finché qualcuno decise di spegnere la sua luce.

Ecco chi prova ancora ad aprire una breccia

Venticinque anni dopo, c’è ancora chi prova a far breccia nel muro di gomma sorto attorno al delitto di Mogadiscio. In primis la famiglia Alpi, che si è opposta alla richiesta di archiviazione presentata dalla procura di Roma. E poi anche le altre parti offese: Fnsi, Usigrai e Ordine dei giornalisti. Nell’atto di opposizione, tra le altre cose, si chiede di obbligare i servizi segreti a rivelare l’identità della fonte del Sisde che nel 1997 collegò il delitto ai traffici di armi, indicando anche nomi e cognomi dei mandanti.
Uno scenario che in questi anni ha trovato precisi riscontri nei documenti desecretati. Elementi che però non hanno convinto i pm romani ad andare avanti. Anche perché l’Aisi un anno fa ha spiegato di voler «continuare ad avvalersi della facoltà di non rivelare la generalità della risorsa fiduciaria». L’anonimato impedisce di utilizzare le dichiarazioni in un processo: per questo famiglia e colleghi di Ilaria chiedono che la magistratura imponga agli 007 di rivelare l’identità della "gola profonda". Che, nel frattempo, è peraltro diventata «irreperibile».

Ci sarebbe anche un’intercettazione del 2012 spedita dalla procura di Firenze, in cui due somali dicono: «L’hanno uccisa gli italiani». Ma i pm romani l’hanno giudicata «irrilevante». Sarà il gip Andrea Fanelli, in una camera di consiglio da tenere prima dell’estate, a decidere se mettere definitivamente una pietra sopra il caso oppure se approfondire le indagini.

In questi giorni le iniziative in ricordo di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin non mancheranno. La prima si è tenuta martedì a Trieste, alle 15: nella sede della Fondazione che porta il nome dell’operatore Rai (accanto a quelli di Marco Luchetta, Sasa Ota e Dario D’Angelo, uccisi poche settimane prima a Mostar) si è svolta una breve cerimonia con rappresentanti della Fnsi e dell’Ordine dei giornalisti. La moglie di Miran ha mandato un messaggio. Mercoledì a Roma si svolgerà invece il ricordo ufficiale: la Camera, nell’Aula del Palazzo dei gruppi parlamentari, ospiterà il convegno "Noi non archiviamo. Il giornalismo d’inchiesta per la verità e la giustizia", organizzato dalla Fnsi. Parteciperà anche il presidente della Camera, Roberto Fico. In serata (Libreria del Viaggiatore, via del Pellegrino 165, ore 18.30) sarà presentato il libro Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, depistaggi e verità nascoste a 25 anni dalla morte (RoundRobin), opera collettiva a cura di Luciano Scalettari e Luigi Grimaldi. Venerdì 22 marzo, in Trastevere (Wegil, largo Ascianghi 5, ore 18), si svolgerà "Per Ilaria e Miran", incontro dibattito con alcuni giornalisti del Tg3 organizzato da Fnsi, Articolo 21 e Premio Morrione. Nell’occasione sarà presentato anche un video su Giorgio Alpi, papà di Ilaria, realizzato da Ferdinando Vicentini Orgnani, con musiche di Paolo Fresu. La mobilitazione proseguirà su Facebook: la pagina intitolata alla giornalista Rai invita a condividere l’hashtag #noinonarchiviamo.