Attualità

Migranti. Il viaggio impossibile sulla rotta bulgara

Francesca Ghirardelli, Sofia (Bulgaria) domenica 23 aprile 2023

Migranti in cammino lungo la rotta balcanica

L’imbocco di questa rotta è come una porta girevole. Si entra dagli squarci aperti nella recinzione di confine o scavalcando di nascosto, ma poi da altri buchi della barriera si viene rispediti indietro, ugualmente in segreto. Rischioso è l’ingresso e ancora di più lo è l’uscita, per i colpi di manganello con cui si viene accompagnati fino oltre la rete metallica. «Quando ti rimandano indietro in mutande, non è così grave. Il problema è quando ti picchiano forte» riflette ad alta voce Ahmed (non il suo nome reale, come gli altri citati di seguito), siriano di Deir ez-Zor, seduto su un muretto dei giardini dietro la moschea Banya Bashi. È il tramonto, l’ora dell’Iftar che interrompe il digiuno quotidiano del Ramadan. Il pasto viene consumato su tavoli all’aperto accanto al luogo di preghiera, qui in centro a Sofia, Bulgaria, primo Paese dell’Unione europea che si incontra lasciata la Turchia.

I racconti di chi si avventura attraverso il confine meridionale si somigliano tutti, da anni. Botte della polizia, sottrazione di effetti personali, cani-poliziotto che mordono. Poi respingimenti sommari e collettivi, illegali nell’Ue. Da questa frontiera, come da quella greca, si imbocca la Rotta Balcanica che punta al nord Europa e, marginalmente, all’Italia. Un tragitto a tal punto rischioso già in questa prima tappa che, pur di evitarla, chi ha denaro si imbarca dalle coste turche per la stessa lunga e incerta traversata dei naufraghi di Cutro. Per tre volte Ahmed è stato intercettato dalla polizia bulgara. Per tre volte è stato ricacciato indietro solo con la biancheria intima indosso, spogliato e derubato di zaino, soldi e telefono. « Le guardie urlavano di tornare da dove venivo, mi hanno strappato i vestiti, lasciandomi in boxer. Mi hanno fatto rientrare in Turchia da un buco nella rete. È avvenuto d’inverno, con la neve, c’erano anche donne e bambini». Tra una sigaretta e l’altra, il suo amico Mekhlef aggiunge solo: « Per sette volte io sono stato rimandato indietro, sempre malmenato dalla polizia».

Impossibile sapere se i respingimenti di questi due siriani siano conteggiati tra i 164.000 tentativi di “attraversamento irregolare” sventati dalla polizia nel 2022 come comunicato dal ministero dell’Interno (55.000 quelli impediti nel 2021). « L’Ue dovrebbe garantire che la Bulgaria fermi immediatamente i respingimenti illegali e disumanizzanti e consenta di accedere a procedure di asilo eque» denunciava un anno fa Michelle Randhawa di Human Rights Watch, Ong che documenta i push-back su questa frontiera dal 2014. Eppure, a leggere la nota del 20 marzo scorso con cui la Commissione europea presenta la nuova iniziativa di rafforzamento dei confini bulgari, sembra si parli di tutt’altro Paese. « Il progetto pilota si basa sulle buone pratiche e sull’esperienza della Bulgaria, inclusa la sua eccellente cooperazione con Serbia e Turchia nonché con le agenzie Ue attive nel Paese. (…) La Commissione fornirà sostegno finanziario per aiutarla a rafforzare la gestione delle frontiere».

Profughi siriani nella piazza principale di Sofia - .

A varcare quei confini sono soprattutto siriani e afghani, che costituiscono oltre i tre quarti delle 20.400 persone che nel 2022 sono riuscite a presentare richiesta di protezione. Nei giardini della moschea incontriamo solo siriani, con documenti in regola e lo status di rifugiato riconosciuto. Attendono di completare un lento, forse inceppato, iter per il ricongiungimento di mogli e figli lasciati in Turchia, per poi proseguire – almeno nei piani – verso Germania o Gran Bretagna. Chiediamo dove si trovino gli afghani. « Per loro le procedure non funzionano come per noi siriani, non riescono ad ottenere i documenti. Per questo si accordano con i trafficanti e vanno via» spiega Mohammed, siriano curdo di Kobane. È confermato anche da un gruppo di avvocati che si occupa di tutela legale di richiedenti asilo. Se il 90% dei siriani (quelli non respinti) ottiene lo status di rifugiato, per gli afghani è invece più difficile, malgrado l’Unhcr/Acnur continui «a chiedere a tutti i Paesi di consentire l’accesso nei loro territori ai civili in fuga dall’Afghanistan, di rispettare il principio di non-refoulement (…) e di sospendere il rimpatrio forzato».

Quest’ultima pratica è attuata dalla Turchia, che rispedisce verso l’Emirato islamico dei taleban gli afghani entrati illegalmente. Quindi venire respinto da qui, per un afghano, può significare ritrovarsi a Kabul. Si prosegue allora verso la Serbia, nascondendosi in camion o van. A febbraio i corpi di 18 cittadini afghani soffocati a morte sono stati rinvenuti in un tir abbandonato a 20 km da Sofia. Di fronte a un incremento di arrivi e dopo l’incidente dell’agosto 2022 in cui due poliziotti sono rimasti uccisi nella collisione con un bus che trasportava richiedenti asilo e che non si è fermato a un posto di blocco, il ministro dell’Interno Ivan Dermendzhiev aveva parlato di una «guerra dei migranti contro la Bulgaria».

Da una prospettiva capovolta, anche Yawar, un ragazzino di 17 anni di Kabul, utilizza lo stesso termine per descrivere la frontiera. « Il confine tra Turchia e Bulgaria è come una guerra» ci spiega al cancello del Voenna Rampa Refugee Camp, in un’area industriale a cinque chilometri dal centro di Sofia. “Sono stato quattro giorni e quattro notti nei boschi. C’era una barriera, abbiamo saltato e siamo entrati. Se la polizia mi avesse visto, mi avrebbe rimandato in Turchia. Laggiù ti spogliano e ti picchiano. A un mio amico hanno rotto una mano. E se corri per scappare, ti lanciano dietro i cani».