Attualità

La storia. La battaglia di Mina contro il cancro (anche) con un vestito rosso

Pino Ciociola lunedì 11 settembre 2017

Ha indossato quel vestito rosso. Poi si è fatta fotografare sul lettino, l’ago della chemio nel braccio, sorridente, quasi sfrontata. Tre mesi fa la diagnosi. Brusca. «Poche parole: “Signora, lei ha un tumore maligno”», racconta. Poteva cedere alla disperazione. Non lo ha fatto: «Vedo soltanto luce. Penso che il mio cancro sia una lezione di vita, che mi è capitato perché dovevo imparare tante altre cose». Sebbene il suo primo istinto neppure sia stato la disperazione, ma «proteggere le persone che amavo e che mi amano, non volevo che vivessero questo incubo».

Il sole tramonta sulla spiaggia. Mina Iazzetta subito dopo la diagnosi decide subito una cosa. «Non l’avrei data vinta al tumore, almeno per le cose che sarebbero dipese da me». Impara subito una cosa: «Diamo tutto per scontato, la vita non dobbiamo darla per scontata». Sa che il cancro avrebbe potuto spegnere la luce che ha negli occhi, «non glielo permetterò – dice -. La continuerò a vedere». Perciò posta su un social le sue foto, «me ne faccio tante». Cominciò a scattarle quando aveva ancora i capelli e, per far abituare la sua famiglia, aveva già cominciato a mettere un foulard intorno alla testa: «Cambiavo ogni giorno, il foulard o il modo di annodarlo. Poi guardavo la foto e dovevo riconoscermi. Dovevo guardare i miei occhi e continuare a trovarci Mina».

Ha finito qualche giorno fa il ciclo di chemio “rosse”, le più pesanti e invasive, «quelle che avrebbero dovuto trasformarmi». Per salutarle «ho messo un bel vestito rosso e mi sono fatta la foto. E ci ho tenuto a essere bella. Per mostrare alle altre persone che se ce la faccio io, ce la può fare chiunque». Fra un mese ne inizierà un altro ciclo, ma di chemio più “leggere”.

Ricorda bene le prime volte: «Entravo e vedevo solo persone distese sugli altri lettini, i loro occhi spenti, che non voglio vedere. So che è brutto dirlo, ma sembrava l’anticamera della morte». Così da allora decide che «ogni volta che sarei andata a fare le chemio, avrei voluto vedere quelle persone sorridere» e comincia a parlare con loro, a dare forza, «ci confrontiamo, sono nate amicizie…». Proprio non ce la fa: «Non accetto – dice - le persone che dopo la sentenza di un tumore si chiudono a casa e smettono di vivere. Noi dobbiamo curarci non solo fisicamente, dobbiamo coltivare anche la nostra anima».

La morte? «Ci ho pensato, certo, il risultato della partita non è scontato», risponde: «Non mi fa paura, ho pensato che per come è stata la mia vita dall’altra parte mi posso aspettare solo cose belle». Invece «deve aver paura chi fatto del male, mi dispiace per chi è cattivo. Non so come possono affrontare questi momenti…».

Il sole ormai è sceso. Ci diamo appuntamento fra un anno, sempre qui sulla spiaggia, sempre al tramonto, per fare la seconda puntata dell’intervista? «Va bene, certo!», risponde. Sorridendo.