Attualità

L'intervista. «Il vero rischio? L'autosegregazione delle minoranze»

Diego Motta sabato 15 novembre 2014
La guerra del territorio si combatte quartiere dopo quartiere e ogni zona è un microcosmo a sé, in cui c’è dentro di tutto: rabbia mai sfogata, ansie represse, speranze cancellate. «Nelle periferie delle nostre città è in corso una battaglia per il controllo e l’utilizzo degli spazi pubblici: case, parchi, scuole» osserva Sonia Stefanizzi, sociologa della Bicocca di Milano, che da tempo studia i mutamenti in atto nelle metropoli. Il capoluogo lombardo non è Roma, ma i fenomeni al limite della rottura sociale in atto nelle aree a maggior degrado restano simili. Perché? Perché il problema della sicurezza urbana è associato esclusivamente ai temi dell’ordine pubblico, anche se le cose ormai non stanno più così: chi vive ai margini delle grandi metropoli ha aumentato la percezione di incertezza legata non solo e non tanto al dilagare della microcriminalità. Sono altri i fattori sociali che contano. Quali? Il grado di coesione tra popolazioni autoctone e nuovi arrivati, dunque la relazione tra italiani e stranieri. Poi hanno un peso storicamente rilevante le caratteristiche fisiche dei quartieri: quando e come sono stati progettati e costruiti, in che modo verranno riqualificati. Il rischio è che, nel silenzio generale, si assista a casi di autosegregazione da parte di alcuni soggetti deboli, come i migranti. La logica del muro contro muro, alla fine, è sempre perdente, come dimostra la vicenda di Tor Sapienza. Quali responsabilità ha il mondo politico? Paghiamo anni di dibattiti in cui si pensava che una telecamera nelle zone a rischio illegalità potesse risolvere tutti i problemi. I sindaci hanno ricoperto e tuttora ricoprono un ruolo decisivo: in passato non hanno fatto nulla per arginare il crescente sentimento di insicurezza, spesso creato ad arte per lucrare consensi facili sulla paura dei cittadini e veicolato dai media. Adesso mi pare emerga, a tutti i livelli, una sostanziale incapacità di dare risposte politiche chiare. Esistono soluzioni percorribili per evitare una sindrome alla francese, con banlieues che bruciano e forze dell’ordine sul piede di guerra? I processi di coinvolgimento dal basso sono possibili nel momento in cui si esce dalla logica 'securitaria' e si comincia a investire sul capitale sociale. La vicenda di Via Padova a Milano, in questo senso, può essere emblematica: un simbolo di illegalità e criminalità del passato oggi sta diventando, gradualmente e non senza difficoltà, un territorio in cui emergono in modo inatteso reti di forte solidarietà interna che uniscono stranieri e italiani, giovani e anziani. I processi di integrazione funzionano, anche se costano tempo e risorse.