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Il ricordo . Giovanni Bachelet: «Io e David Sassoli, ragazzi appassionati di politica»

Luca Liverani mercoledì 12 gennaio 2022

Sassoli e Bachelet alla scuola di politica della Rosa Bianca a Terzolas (TN) nel 2011

«Una persona seria, ma che non si prendeva troppo sul serio. David ha sempre avuto la dote di saper sorridere. Negli anni 70, ragazzi appassionati di politica, non abbiamo mai pensato di fare del male a qualcuno in nome dei nostri ideali. Più che nonviolenza, era senso del limite, umiltà. E David portava allegria anche nelle nostre "imprese politiche", quasi sempre in perdita».

Giovanni Bachelet ricorda l’amico presidente del Parlamento Europeo bevendo un caffé alla macchinetta dell’Istituto di Fisica
della Sapienza, dove insegna. La stessa università dove le Brigate Rosse assassinarono suo padre Vittorio. E racconta il David adolescente che si appassiona con lui al cattolicesimo democratico

Quand'è che avete cominciato a condividere la passione politica, per lei culminata nell’elezione alla Camera nel 2008?

Molto presto, negli anni 70. Paolo Giuntella, allora universitario un po' più grande di noi, aveva reclutato David e altri liceali come me in un circolo politico-culturale inventato da lui che cambiò diversi nomi, ma che in origine si chiamò "Gruppo panchina", perché ci vedevamo a via Monte Zebio, sotto casa sua. Oggi si direbbe un gruppo di "cattolici democratici", ma allora non si usava. In un mondo di maoisti, "gruppettari" o cattocomunisti, noi studiavamo Jacques Maritain, Emmanuel Mounier, la Gaudium et spes. Giuntella ci metteva alla frusta, ci faceva leggere libri, fare relazioni su temi tra politica, Costituzione, impegno sociale, fede cristiana. Attirando anche diversi non cristiani. Fu un raro caso di piccola, locale egemonia culturale cattolico-conciliare, non marxista, ma nemmeno anticomunista.

Quale fu l’esordio di David Sassoli militante?

Durante l’Anno Santo del 1975. All’incontro col Papa per i militari si annunciò pure il generale Videla, quello che l’anno successivo avrebbe guidato il colpo di stato in Argentina, ma già allora noto perché faceva cose terribili. Con David andammo a distribuire volantini per una veglia di preghiera "per la pace e contro le torture in Sud America ", tra radicali ed extraparlamentari che protestavano. Andò a finire che arrivò la polizia e con David venimmo portati tutti in stato di fermo al commissariato di piazza Cavour, per uscire solo all’una di notte.

Ci fu anche la stagione dell’attivismo per un rinnovamento della Dc...

Sì, nel 1976 si votava sia per le elezioni comunali che per le politiche. Al consiglio capitolino si candidò Giuntella e mio padre. Dico una cattiveria: li candidarono perché la Dc sapeva di perdere. Vinse infatti il Pci, sindaco Giulio Carlo Argan. Mio padre fu eletto, anche Silvia Costa, Giuntella no. Con David ci divertimmo tra manifesti da attaccare e distribuzioni di "santini" elettorali.

Al congresso tifavate per Zaccagnini segretario?

Non eravamo iscritti alla Dc, Giuntella scherzando ci chiamava montoneros moroteos. Ma quando Benigno Zaccagnini vinse contro Arnaldo Forlani, con David, come veri tifosi, andammo in giro per Roma suonando il clacson. Molte risate, molto entusiasmo: Zaccagnini rappresentò una speranza di rinnovamento, che poi si fermò. Alle politiche Dc e Pci andarono bene e Moro parlò dei «due vincitori» avviando la strategia del dialogo.

Che per alcuni ne ha segnato il destino...

L’omicidio di Moro nel ’78 fu come un colpo di stato. Come per John Kennedy. Quel 9 maggio, dopo il ritrovamento del cadavere, con David corremmo a Piazza del Gesù, ma ci toccò fare da servizio d’ordine, contro la strumentalizzazione di un gruppo, certo non di democristiani, che gridava: "Pena di morte! Pena di morte!". David e altri li invitarono, gentilmente sia chiaro, ad andarsene altrove... Non erano certo quelli gli slogan che ci aveva insegnato Moro.