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La storia. Il ragazzo respinto cinque volte alla fine è tornato in Afghanistan

Francesca Ghirardelli giovedì 4 febbraio 2021

Per cinque volte ci ha provato e per cinque volte è stato ricacciato indietro. Ad ogni tentativo fallito di lasciare la Grecia e di imboccare la rotta balcanica, Ahmadqais A., 21 anni, ha perso non solo i pochi soldi e gli effetti personali che portava con sé, ma anche, un pezzo dopo l’altro, le speranze con cui era partito dall’Afghanistan, quattro anni e mezzo fa. Durante il tentativo più rischioso, è rimasto attaccato sotto un treno in transito dalla stazione di Salonicco: «Ma i cani della polizia mi hanno scoperto e gli agenti che mi hanno tirato fuori hanno usato i bastoni », racconta. In un’altra occasione ha camminato 4 giorni e 4 notti, per arrivare a un passo dalla Serbia: «Fino a quando la polizia macedone non ci ha fermati, sparando in aria. Siamo rimasti 5 giorni in carcere, prima di venire rimandati in Grecia. Quella volta ho perso tutto, documenti e cash card dell’Unhcr».

Alla fine, poco prima di Capodanno, Ahmadqais A. si è detto che bastava così, che davvero per lui era troppo. In poche ore ha preso la decisione di tornare indietro, in Afghanistan. «Sono stanco di tutto, stanco dell’Europa. Noi veniamo da paesi pericolosi e arriviamo qui per costruire un futuro e una vita buona – ci ha spiegato al telefono –. Non ho viaggiato fino qui per i soldi, potevo trovarli ovunque, in qualsiasi altro Paese dove ci fosse lavoro. Sono venuto per trovare una situazione buona in cui vivere e non ci sono riuscito. Non ho incontrato né gentilezza, né rispetto, né umanità. Da quando sono in Grecia sono diventato quasi pazzo, non faccio che pensare ai miei problemi, uso psicofarmaci e medicinali per dormire». Così a inizio gennaio si è presentato a un ufficio dell’Oim, l’Organizzazione internazionale per le migrazioni, per chiedere di aderire al programma di “Ritorno volontario assistito e di reintegrazione”: vengono forniti i biglietti aerei per tornare in patria, più una somma per affrontare le prime settimane. In alcuni casi l’Oim propone ore di formazione, alloggio e sostegno per avviare piccole imprese una volta rientrati.

Ad Ahmadqais A. non sono state prospettate queste possibilità, ma in aeroporto gli sono stati consegnati il biglietto aereo e 500 euro. Tutto ciò che riguarda i richiedenti asilo in Grecia, di regola, funziona con estrema lentezza, dal rilascio di cash card e documenti di permanenza temporanea, all’assegnazione degli appuntamenti per l’asilo, per i quali capita di aspettare anni. Nel caso del rimpatrio volontario, invece, la procedura è rapidissima, forse per evitare che chi lo richiede cambi idea. Il 27 gennaio Ahmadqais A. è salito su un aereo, ha fatto scalo a Dubai e il 28 mattina era già a Kabul.

Nel 2020, come lui, se ne sono andate dalla Grecia 2.565 persone, soprattutto provenienti da Pakistan, Georgia, Iraq, Afghanistan. Il programma dell’Oim, cofinanziato per il 75% da fondi Ue e per il 25% da fondi greci, dal 2016 a oggi ha riportato indietro circa 20mila migranti.

Oltre quattro anni di rischi, fatiche e solitudine, per tornare da dove era partito, con 500 euro in tasca e una montagna di brutti ricordi che gli offuscano la mente: Ahmadqais aveva lasciato il suo Paese a 16 anni, perché suo zio materno, un taleban, lo tormentava. Si era rivolto a un trafficante, aveva viaggiato dal Pakistan in Iran, fino in Turchia. Senza soldi per pagare il viaggio, era rimasto un anno confinato in una casa a lavorare per chi lo aveva fatto emigrare. Poi a Istanbul aveva lavorato sotto caporale in una panetteria, dove di notte dormiva sul pavimento, non potendosi permettere una stanza. Fino a quando non era riuscito a mettere da parte i 750 euro per la traversata in gommone. Così era arrivato sull’isola greca di Lesbo. Con il primo tentativo di entrare in Macedonia aveva perso il diritto di tornare nel centro rifugiati dov’era alloggiato. Così a Salonicco aveva vissuto in un parco, poi in una palazzina diroccata. «È stata dura. I soldi, nella vita di chi emigra, fanno tutto. Ma io non li ho. Ho visto persone pagare 6mila euro per documenti falsi: in due giorni erano in Germania o in altri Paesi».

Da Kabul Ahmadqais A. ora è diretto verso la città di Mazar-i Sharif, nel nord. Ancora non sa cosa farà una volta arrivato. «Cercherò un lavoro, ma se non lo trovo, mi arruolerò nell’esercito e se non potrò fare nemmeno quello, lascerò di nuovo il Paese, ma non più verso l’Europa. Potrei provare dal Pakistan all’India, fino in Arabia Saudita». La sera prima di partire da Atene, al telefono, ci confida di non avere ancora detto alla madre del suo ritorno: «Non la vedo da così tanto tempo, per lei sarà una sorpresa».