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Intervista. Arresti anti-Is, il giudice Salvini: «La prevenzione funziona»

Antonio Maria Mira giovedì 26 marzo 2015
«Gli arresti nell’inchiesta dei colleghi bresciani dimostrano che qualcosa per aumentare la nostra sicurezza è stato fatto e anche discretamente bene». A commentare positivamente la prima applicazione del decreto legge antiterrorismo è Guido Salvini, giudice a Cremona dopo molte inchieste a Milano sul terrorismo italiano e internazionale. Due mesi fa, dopo la strage di Charlie Hebdo, in un’intervista ad Avvenire aveva lanciato l’allarme sul «triangolo Milano-Brescia-Cremona» dove «si sono insediati gruppi dediti al reclutamento». Ma, di fronte al salto di qualità, che aveva definito «guerra a bassa intensità », aveva lanciato, come ci ricorda oggi, alcune proposte di «aggiustamento » delle nostre leggi antiterrorismo, «peraltro già buone». In particolare sull’arruolamento dei combattenti all’estero, sulla propaganda via internet e sulla necessità di dare maggiore «capacità operative» ai nostri Servizi segreti. Mosse importati «per non attendere passivamente che prima o poi qualche terrorista venga a colpirci all’interno del nostro territorio». E che l’operazione di Brescia conferma. «Si contestano dei fatti che potremmo definire 'precursori' e che ora finalmente hanno una rilevanza penale» «Il decreto legge di febbraio – sottolinea infatti Salvini – ha colmato le lacune che, come avevo ricordato, ancora rimanevano nel nostro sistema penale». In primo luogo le norme contro i foreign fighters. «La norma del 2005, approvata subito dopo l’attentato al metrò di Londra per contrastare più efficacemente il terrorismo internazionale, punisce gli arruolatori, ad esempio via internet o nelle moschee, ma non i singoli arruolati che decidono di partire per combattere nelle file dell’Is». Col nuovo provvedimento, «è invece punibile chi si arruola e sta per mettersi in viaggio verso le aree di combattimento. Si può addirittura intervenire in caso di sospetto e il Questore può ritirare il passaporto». Il decreto, inoltre, sottolinea il magistrato, «permette di colpire meglio anche i cosiddetti 'lupi solitari', i terroristi slegati da gruppi organizzati. Ora possono essere arrestati nella fase di addestramento 'fai da te', spesso attraverso il web, che permette loro di acquisire informazioni e istruzioni sull’uso di armi e esplosivi». E a proposito di internet, ricorda ancora Salvini, «grazie al decreto ora l’autorità giudiziaria può oscurare i siti che fanno propaganda, proselitismo e opera di reclutamento. In questo i provider devono fornire la massima collaborazione». Ma attenzione, avverte il giudice, «non sono certo i processi a spaventare i terroristi. I loro progetti possono essere contrastati solo sul piano preventivo. Per questo il ruolo dei Servizi segreti è centrale, soprattutto in territori e realtà straniere dove la magistratura non può operare». Anche su questo il decreto è positivo, in quanto «sono state ampliate, sempre secondo le garanzie di legge, le capacità operative degli uomini della nostra intelligence che potranno svolgere colloqui investigativi in carcere, sia per scoprire pericoli che per cercare di convincere qualche militante a collaborare. Potranno anche agire 'sotto copertura', infiltrandosi in un gruppo per capire e impedire i progetti». Ma qui, secondo Salvini, c’è un elemento da migliorare nel decreto.  «Le informazioni raccolte dovrebbero essere scambiate con quelle in possesso della magistratura. Sarebbe molto utile e contribuirebbe a far cadere quelle reciproche diffidenze tra due mondi che devono, invece, collaborare insieme per la sicurezza del Paese». E detto da un magistrato che ha indagato sulle stragi della 'strategia della tensione' degli anni ’60-70 ha un particolare significato.