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IL VIDEO. Il boss della tratta ride al telefono

Vincenzo R. Spagnolo lunedì 20 aprile 2015
«Noi facciamo un lavoro sporco, non siamo come il governo, non possiamo aiutare e ascoltare tutti. Vogliono partire e noi li facciamo partire...». E ancora: «Dicono di me che ne faccio salire sempre troppi sui barconi, ma sono loro che vogliono partire subito e io li accontento...». Sono alcuni dei dialoghi inquietanti fra trafficanti di esseri umani appartenenti alla rete smantellata dall'inchiesta "Glauco II", un'indagine transnazionale coordinata dalla Procura di Palermo e condotta dagli investigatori del Servizio centrale operativo della Polizia e dalle squadre mobili di diverse questure italiane. Una maxi organizzazione che in meno di anno avrebbe organizzato "viaggi" nel Mediterraneo per almeno 7-8mila migranti provenienti in gran parte dal Corno d'Africa. I capi sarebbero due: Ermias Ghermay, etiope (latitante dal 2014, quando scattò a suo carico il primo provvedimento restrittivo), e Medhane Yehdago Redae, somalo. Il primo è accusato fra l'altro di aver acquistato «talvolta direttamente dai trafficanti veri e propri pacchetti di immigrati per trarne maggiori profitti, anche rendendosi complice di veri e propri sequestri di persona».
La banda di "nuovi schiavisti", sulla quale gli investigatori dello Sco diretti da Renato Cortese indagavano da tempo, è sospettata di aver tessuto una rete fra il Nord Africa e le coste italiane, con basi a Roma, Bari, Catania, Milano e perfino nei centri accoglienza di Mineo e Siculiana. La rete comprenderebbe almeno altri 25 trafficanti, ancora da individuare. Le indagini erano partite dopo la tragedia del 3 ottobre 2013 davanti alle coste di Lampedusa, in cui annegarono 366 migranti. Gli atti investigativi disegnano l'attività di una banda che operava come un'agenzia di viaggi criminale: alcuni componenti si vantavano di poter guadagnare pure "80 mila euro a testa" dal profitto complessivo ottenuto stipando fino a duecento migranti su barconi o gommoni fatiscenti e spesso con i motori malandati, senza preoccuparsi del rischio di eventuali naufragi. Secondo quanto accertato dagli investigatori, coordinati dal procuratore di Palermo Francesco Lo Voi e dal procuratore aggiunto Maurizio Scalia, ogni migrante-passeggero poteva pagare fino a 2mila dollari per la traversata dalla Libia alla Sicilia, poi fino a 400 euro per una permanenza di un paio di giorni in Sicilia e per il biglietto di un bus o del treno fino a Milano o a Roma e infine altri mille-duemila dollari per raggiungere una città del Nord Europa, dove ritrovarsi coi propri parenti e dunque per molti migranti meta finale del viaggio traversata fino a 2.000 dollari. I magistrati hanno contestato l’associazione a delinquere finalizzata al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, ricostruendo meticolosamente i flussi di migliaia di euro spediti con ditte di money transfer. Fra le accuse, anche quella di "raccolta abusiva del risparmio", una modalità di riciclaggio punita con pene fino a 9 anni di carcere. I trafficanti funzionavano come un tour operator del crimine e si vantavano della loro efficienza: uno di loro, che si faceva chiamare "il generale", in un'intercettazione afferma orgoglioso «Sono forte, come Gheddafi... Ho lavorato bene quest’anno. Ne ho fatti partire 7 mila, forse 8 mila».