Attualità

Fattorini da tutelare. Lo sciopero a tavola per i rider: ecco chi è d'accordo

AA.VV. sabato 21 settembre 2019

Un rider a Milano

L’indagine a tutto tondo aperta dalla Procura di Milano sui rider che consegnano cibo a domicilio ha riacceso un faro su un fenomeno, quello dei ciclofattorini che lavorano con l’utilizzo di piattaforme elettroniche e sono privi di tutele minime. Sfrecciano nelle vie delle nostre città per portarci la pizza a casa ma hanno paghe bassissime. Privi di assicurazione per gli infortuni, vengono "chiamati" o non ingaggiati più a seconda di un ranking stabilito da un algoritmo. Fra di loro, poi, si sono registrati fenomeni di caporalato o comunque di sostituzione impropria fra lavoratori regolari e stranieri privi di permesso di soggiorno. Di fronte a questa situazione, ieri abbiamo pubblicato un editoriale (www.avvenire.it/opinioni/pagine/sciopero-per-i-rider ) nel quale abbiamo proposto una riflessione personale sull’utilizzo di determinati servizi.
«Quando si ordina un hamburger o il sushi occorrerebbe provare a interrogarsi sul costo reale delle proprie scelte», scriveva ieri Francesco Riccardi. «Non solo per capire se davvero val la pena di incrementare questa tipologia di consumo “a distanza”. Ma soprattutto per chiarire a noi stessi dove poniamo il nostro limite: quale trattamento dei lavoratori siamo disposti ad accettare, quando si tratta degli altri e non di noi? Se pensiamo che tutto sia regolare e positivo, buon appetito. Se invece consideriamo sfruttamento la mancanza di tutele minime (...), la nostra scelta non può che essere rinunciare. Almeno fin tanto che le compagnie di distribuzione non tratteranno in modo adeguato i loro dipendenti. Lo sciopero potremmo cominciarlo noi. Anche seduti a tavola». Una riflessione che abbiamo girato a 4 personaggi significativi.

L'ASSESSORE COMUNALE

Granelli: «Milano è in prima fila. Insieme lavoro e sicurezza»

Assessore alla Mobilità di Milano Marco Granelli, il segnale che arriva dalla Procura è destinato a dare uno scossone al mondo dei rider.
In effetti è un’iniziativa molto importante. È fondamentale che le regole per il lavoro e per la sicurezza siano garantite. Chi offre il lavoro deve farsi carico anche della sicurezza. Mi riferisco a biciclette che abbiano le luci e i freni a posto, che chi le guida indossi la pettorina fosforescente e che rispetti le regole della circolazione. Insomma che vengano rispettati i presidi fondamentali a tutela della sicurezza di tutti: un compito che spetta al singolo ma soprattutto a chi lo fa lavorare.

Ma il lavoro secondo queste modalità, le consegne a tutte tutte le ore con ricompense spesso molto basse e legate al numero di corse fatte, non è un errore in sé?
Penso che i lavori che si aprono in nuovi ambiti di mercato vadano valutati con molta attenzione. Io non sono contrario in maniera pregiudiziale a queste nuove possibilità ma, come ho detto, è necessario che le istituzioni intervengano per dare norme chiare e per garantire la sicurezza. Del resto anche in Paesi diversi dall’Italia, penso a quelli del Nord Europa, si stanno affermando, ma ciò che reputo importante è che per evitare ogni tipo di sfruttamento, occorra un chiaro quadro normativo con diritti e doveri. E che questo tocchi prepararlo alle istituzioni a cui, poi, spetterà anche il controllo.

A proposito di istituzioni, lei è assessore a Milano. Quali iniziative pensa che debba prendere il Comune?
Già l’anno passato l’assessore al Lavoro Cristina Tajani aveva preso alcune iniziative per favorire l’instaurazione di regole certe. Ed io, quale responsabile della Mobilità cittadina, sento il dovere di un’azione forte per garantire la sicurezza di tutti. A proposito di questo, ricordo il bando per "Cargo Bike" che prevede un aiuto ad acquistare queste speciali biciclette a chi rottama un vecchio diesel. Le aziende potrebbero approfittarne per fornirsi di mezzi moderni da dare poi ai lavoratori. E con la stessa Tajani e l’assessore alle Politiche Sociali, Gabriele Rabaiotti, pensiamo a un tavolo di confronto. Milano, insomma, è sempre stata capace di unire istituzioni e imprese per l’innovazione e il bene comune e contiamo di farlo anche questa volta. (Davide Parozzi)


Il GIUSLAVORISTA

Ichino: «Questi lavoretti non vanno "soffocati". Tutele sì ma non rigidità»

Professor Pietro Ichino, se i rider sono privi di tutele minime, noi consumatori non possiamo dare un segnale evitando di utilizzare i loro servizi?

Quest’idea mi lascia un po’ perplesso. Sarebbe come se decidessimo di smettere di mangiare pomodori per combattere il lavoro nero. Una mobilitazione dei consumatori volta a boicottare la consegna del cibo a domicilio oggi svolto dai rider avrebbe senso soltanto se fosse basato sulla convinzione che questo servizio sia intrinsecamente incompatibile con i diritti delle persone che lo svolgono. Ma non è così: non va soppresso il servizio, va migliorato il sistema delle protezioni.

Il fine infatti non è la soppressione, ma il miglioramento del servizio. Quali dovrebbero essere le tutele minime, salariali e di sicurezza, da garantire?

Questa è una categoria di lavoratori priva di uno standard retributivo minimo stabilito da contratto collettivo. È dunque necessario prevederlo: il Jobs Act aveva delegato il Governo a istituire un salario minimo per le categorie non coperte da contratto collettivo, compresi i collaboratori continuativi autonomi, ma poi questa delega non è stata esercitata. Oggi si potrebbe imporre il pagamento delle retribuzioni attraverso la piattaforma Inps già istituita per il lavoro occasionale, che già prevede un salario minimo di 9 euro oltre alle assicurazioni obbligatorie.

Dobbiamo 'arrenderci' a un’economia dei lavoretti?

Alcune protezioni minime possono e devono essere previste pure per questi lavori, anche sostenendo la contrattazione. Oltre al salario minimo, che può non essere espresso in termini orari, si possono e devono rafforzare le misure antiinfortunistiche: però attenzione, se si impone il casco ai rider bisogna imporlo a chiunque giri in bicicletta. Si devono imporre garanzie di trasparenza degli algoritmi delle piattaforme, in modo che possano essere controllati. Ma se vogliamo dare sostegno a chi è precario e aspira a una occupazione più strutturata e meglio remunerata, non è una buona politica quella di soffocare i 'lavoretti' con le protezioni proprie di altre forme di lavoro. La vera tutela sarà offrire ai precari informazioni sulle proposte, la formazione indispensabile e l’assistenza nella transizione dal 'lavoretto' al lavoro più soddisfacente. (Francesco Riccardi)

LO SCRITTORE

Biondillo: «È preoccupante. Giusto dire no»

«Per favore non chiamiamoli lavoretti: è un imbroglio linguistico». Gianni Biondillo, milanese, scrittore e architetto, non nasconde la sua irritazione di fronte ad un fenomeno, quello della gig economy, che disumanizza il lavoro creando nuove forme di sfruttamento sulla base dell’errata convinzione che si tratti di attività momentanee e per questo "innocenti".

L’idea di uno sciopero dei consumatori la trova d’accordo?
Io in un certo senso questo tipo di sciopero lo faccio da sempre perché non ho mai comprato nulla online. Sono in qualche modo un luddista: non uso Amazon, non ho Sky e nemmeno la macchina. Preferisco viaggiare con i mezzi pubblici. Non voglio far parte di questo tipo di sfruttamento prodotto da logiche iper-liberiste. Stiamo parlando di vite. Trovo assurdo parlare di "economia dei lavoretti", è sbagliato: sono lavori e basta. Chi consegna il cibo a domicilio ha dei diritti come tutti gli altri, anche perché a furia di lavoretti ci si ritrova vecchi.

Ad utilizzare le piattaforme di food delivery sono spesso i giovanissimi.
Anche chi li utilizza è uno sfruttato e non lo sa, i giovani vivono in un mondo social ma ogni volta che postano qualcosa stanno lavorando per arricchire i big del web, a partire da Zuckerberg.

Ma come si fa a sensibilizzare le nuove generazioni?
Io credo che l’unico modo sia dare il buon esempio. Questa improvvisa esplosione di chi porta in giro il cibo per strada è preoccupante. Significa che nessuno più cucina. Siamo talmente parcellizzati che viviamo di serie tv e divani. I rapporti sociali non esistono più. Non siamo più in una società liquida come diceva Bauman, adesso siamo in una società polverizzata, siamo diventati autoreferenziali. Io cucino per me, le mie figlie e i loro amici: questo significa fare comunità. L’alternativa è che i ragazzi si credano tutti geni incompresi, interessati solo a partecipare a X Factor. (Cinzia Arena)

L'ATTORE

Scifoni: «Vuoi la pizza? Allora esci di casa»

«Fate bene, bella battaglia, ma se fosse per me non servirebbe». Giovanni Scifoni armeggia col telefono e i pargoli – «Sono solo in casa, faccio il papà, comprendimi» – e alla fine ammette che lui, la pizza, se la va a mangiare in auto. Ma almeno non spolpa la <gig economy: «Confesso che il problema è la scarsa confidenza con i siti di queste società». Se fosse per l’attore-conduttore-autore (anche per Tv2000) Giovanni Scifoni, in scena al teatro Sala Umberto di Roma fino al 27 ottobre con "Santo Piacere", Foodora e soci sarebbero già falliti. «Perché – racconta – non sono mai arrivato in fondo alla prenotazione online, così mi sono abituato a non usarli proprio: quando vogliamo mangiare una pizza o l’etnico prendiamo la macchina e via tutti quanti».
Semmai, ammette, nel mondo dello spettacolo c’è poca informazione sul trattamento economico dei rider. Il fenomeno della bici accanto ci è praticamente sconosciuto. «Eppure li incontro spesso, perché sono un rider anch’io, nel senso che mi piace girare per Roma in bicicletta – spiega – e più volte li affianco e parliamo del più e del meno». Nessuna confessione sindacale: «No, non mi parlano dello sfruttamento cui sono sottoposti, anche se mi sembra che quelli in bici siano meno sfruttati dei rider in motorino, ma non posso dare un giudizio economico preciso: semplicemente riferisco le chiacchierate fatte con alcuni di loro, in coda sulla Tiburtina...».
Un’esperienza condivisa anche nel rischio: «Roma in bici? È divertentissimo!». In che senso? «Come essere in un videogioco: lì schivi le meteoriti, qui le automobili...», risponde Giovanni. Ammettendo: «Scatena l’adrenalina, certo, ma se sei costretto a vivere su due ruote e sui sanpietrini per portare a casa qualche euro è una vitaccia». La fortuna della cosiddetta nuova economia che se ne frega dei diritti «riposa sulla pigrizia dei consumatori – riprende Scifoni –. Ammettiamolo, sulla comodità di farsi recapitare la pizza a casa. Ha armi infallibili e potentissime... sempre che non incappi in gente che non sa usare un form di prenotazione e preferisce andarsene a mangiare la pizza sottocasa, tutti quanti, in famiglia. Come me». (Paolo Viana)