Attualità

La denuncia. I migranti senza casa dimenticati da Trento

Antonio Maria Mira mercoledì 10 agosto 2022

I richiedenti asilo pachistani al dormitorio del Centro Astalli

Vivono per strada da mesi, sono 161 immigrati, quasi tutti pachistani, tutti richiedenti asilo e quindi hanno diritto di entrare nel sistema di accoglienza. E invece nell’efficientissimo Trentino non c’è posto per loro. Tutto pieno. Così dicono le istituzioni. A denunciarlo con preoccupazione sono gli operatori del Centro Astalli di Trento. «Secondo la legge tutti i richiedenti asili hanno diritto ad essere inseriti nel sistema di accoglienza nel momento in cui dichiarano di non avere mezzi di sussistenza per poter vivere da soli» spiegano il presidente Stefano Graiff e il direttore, Stefano Canestrini. Ricordiamo che i decreti sicurezza dell’allora ministro dell’Interno, Matteo Salvini, avevano chiuso le porte dei centri di accoglienza e degli Sprar ai richiedenti asilo, riservandoli solo a chi aveva ottenuto la protezione internazionale. Il ministro Luciana Lamorgese li ha, invece, riaperti per evitare che in migliaia finissero per strada. A Trento per strada ci sono ancora, e aumentano.

Sono tutti maschi, ragazzi tra 25 e 35 anni, nel 97% pachistani, tutti provenienti dalla durissima e spesso drammatica “rotta balcanica”. «Non sappiamo quanti effettivamente vivano per strada o in qualche casa abbandonata, ma tutte sono persone che hanno manifestato il bisogno di essere accolti in un dormitorio perché dichiarano di non aver un luogo dove stare. Invece sono fuori del sistema di accoglienza». La parte più consistente stava nel sottopasso vicino al Muse, il famoso e modernissimo Museo di scienze naturali, e accoglieva anche 30-40 persone. Nei giorni scorsi c’è stato uno sgombero delle forze dell’ordine, ma sicuramente torneranno. Un dramma che abbiamo potuto osservare anche noi. Coincidenza sempre vicino a un museo. Un uomo pachistano, col suo carico di poche cose, qualche coperta, cerca riparo dalla pioggia all’ingresso delle “Gallerie”, le ex strutture della vecchia tangenziale di Trento trasformate in luoghi di esposizioni ed eventi culturali. Nessuno di loro ha ricevuto decreti di respingimento o espulsione. «Sono in parte persone in attesa di essere autorizzate ad entrare nel sistema di accoglienza in quanto hanno già presentato la domanda d’asilo in Questura. Ma i tempi sono lunghissimi. La stragrande maggioranza non è invece ancora andata in Questura e sta aspettando l’appuntamento per formalizzare la domanda d’asilo. Ricordo che la Convenzione di Ginevra sancisce che la manifestata volontà di chiedere asilo avviene anche in forma verbale appena entrati nel Paese e quindi di fatto li possiamo assolutamente definire richiedenti asilo». Vale a dire, titolari del diritto all’accoglienza. «Ma l’accordo tra la Provincia e il Commissariato di governo prevede che la Provincia, a cui è delegata l’accoglienza, metta in campo 600 posti. Ora sono tutti pieni. E i nostri sono 250, come Astalli e alcuni ordini religiosi». Si tratta del progetto per l’accoglienza negli ordini religiosi, appunto, nato nel 2016 dopo l’appello di papa Francesco ad aprire le porte. Attualmente ne coinvolge sei: Gesuiti, Cappuccini, Comboniani, Dehoniani, Suore Canossiane e Serve di Maria, e a settembre anche i Francescani. Accoglienza diffusa, piccoli gruppi. Tutti richiedenti asilo. Ma non basta. Anche perché gli immigrati, soprattutto pachistani, continuano ad arrivare.

Ci tiene a sottolineare Canestrini: «Il problema non sono i numeri, non si deve parlare alla popolazione trentina di un fenomeno in crescita, perché quando arrivavano da Lampedusa il ritmo era di cinquanta alla volta coi pullman, ora 4-5 a settimana. Quindi il flusso è certamente minore di quelli del passato. Ma allora come può essere che il Trentino abbia perso una minima forma di dignità per queste persone, lasciandone 161 per strada?». Anche perché il problema va avanti da mesi: «Stiamo inserendo nel nostro dormitorio persone che hanno fatto domanda di asilo ad aprile e da allora erano senza dimora». Persone che più facilmente finiscono in mano agli sfruttatori. Lavoro nero o irregolare, sia di datori di lavoro pachistani che trentini. Soprattutto nel settore del turismo e della ristorazione, dove sempre più italiani mancano. Illegalità sulle quali per altro si sarebbe già concentrata l’attenzione della procura della Repubblica di Trento.
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