Attualità

Intervista. Letta: giusto essere in piazza per la pace. Anche a costo di contestazioni

Roberta D'Angelo sabato 5 novembre 2022

Enrico Letta

«È stato giusto esserci anche a costo di subire piccole contestazioni. Sono molto contento di essere andato personalmente, contento che c’era tanto Pd, contento di come è andata, perché è stata una grande manifestazione con parole giuste, soprattutto negli interventi che hanno concluso (quelli di Riccardi, di don Ciotti e di Landini), tre interventi forti con messaggi forti e una piazza in cui anche le nostre ragioni avevano cittadinanza».

Il segretario del Pd Enrico Letta è appena rientrato da piazza San Giovanni con un sorriso sicuro. Il percorso che ha fatto e quello che lo attende non è stato facile né lo sarà, ma il leader dem è certo di essere sulla strada giusta, e domani inizierà la sua “chiamata” agli italiani che si riconoscono nei valori di quanti erano in piazza, ma non solo.

C’era da aspettarsi qualche contestazione?

Sono contento di aver discusso con chi aveva tesi diverse dalle mie e di aver trovato tante bandiere dell’Ucraina. È normale e legittimo contestare, d’altronde stiamo parlando di un tema complesso.

Ha visto Giuseppe Conte?

Eravamo in punti diversi del corteo e non ci siamo incrociati, come con tanti altri. Sono arrivato in piazza dove ho sentito le parole giuste, di passione, con afflato etico, legate al documento che ha fatto da base alla manifestazione. Per cui ho ringraziato gli organizzatori, da Manfredonia per le Acli a Landini a Riccardi.

Quindi è sbagliato dire che Letta è andato in piazza per non lasciare la piazza al M5s?

Noi ci saremmo andati comunque, perché quella è casa nostra, in quel mondo associativo ci sono i nostri naturali interlocutori.

Non li state perdendo in favore di Conte?

Assolutamente no. Era importante da parte nostra una presenza discreta, senza voler strumentalizzare la piazza, ma da cittadini che chiedono all’Europa una iniziativa di pace. Un messaggio che unisce sensibilità diverse...

E la piazza di Milano?

Ovviamente è una piazza diversa. Questa di Roma era chiamata dalla società civile. Quella di Milano è stata più politica, e anche lì hanno partecipato militanti del Pd. Non bisogna fare nessuna polemica o contrapposizione tra le piazze. Sbaglia chi vuole contrapporle e non è un caso che il nostro atteggiamento è di essere in tutte le piazze dove si chiede pace e dove la pace non è equidistante, cioè non mette sullo stesso piano l’invasore e l’invaso.

Se il governo varerà un nuovo decreto per l’invio delle armi, il Pd che farà?

Nel discorso del dibattito sulla fiducia a Meloni sono stato molto duro sulla linea del governo, ma ho anche detto che su questo tema il nostro atteggiamento sarà in linea con quello che abbiamo fatto dal 24 febbraio in poi, e cioè una ricerca della pace e una difesa delle ragioni degli aggrediti, cioè dell’Ucraina. Soprattutto noi siamo un partito europeo e che sta nella maggioranza che sostiene la Commissione europea, e quindi le scelte che faremo saranno in linea con quelle dell’Europa. Se il governo sarà in linea con la Ue, troverà il nostro consenso, con l’obiettivo che la difesa dell’Ucraina porti alla cessazione delle ostilità.

Impossibile trovare una linea comune con Conte e Calenda. Come farete alle regionali?

Le elezioni regionali sono quattro: Friuli, Lombardia, Lazio e Molise, e sono quattro situazioni completamente diverse tra loro. Non è immaginabile uno schema calato da Roma su questi quattro territori. Questo lo posso dire con tutta la forza che ho, e saranno i gruppi dirigenti regione per regione a valutare le situazioni a livello locale.

Convinceranno Calenda e Conte? Il campo largo non ha fatto una bella fine.

Non sarà un lavoro che faremo a Roma. Secondo me è un qualcosa che va gestito a livello regionale e non ha impatto sul discorso da portare avanti tra le tre opposizioni nel Parlamento e nel Paese.

Il Congresso non sta andando troppo per le lunghe? Il governo è entrato subito nel vivo con il primo decreto, marcando il territorio di destra. Non sarebbe meglio avere un Pd “risolto”?

Lunedì farò l’appello alla partecipazione che è la prima tappa formale del percorso congressuale. Vale a dire la chiamata a tutti coloro che vogliono far parte di questo percorso costituente, e accanto alla chiamata c’è un impegno che ci prendiamo noi che organizziamo il congresso a far sì che possano partecipare al percorso costituente tutti coloro che aderiscono da oggi fino al momento in cui si voterà per il candidato segretario nei circoli. È un’apertura.

Non solo gli iscritti parteciperanno, dunque?

Esatto, è un allargamento per avere la partecipazione non solo dei nostri, ma anche di quella parte di società interessata ai temi del centrosinistra. Questo è l’inizio vero del percorso, fisseremo gli incontri per la fase del dibattito e per la presentazione delle candidature, che mi auguro avvenga il più presto possibile.

Prima di fine gennaio?

Il termine è entro gennaio ma io chiedo che i candidati si palesino il più presto possibile, in modo che si possa cominciare a discutere delle piattaforme che vengono messe in campo. A chi dice che tutto questo è troppo lungo, io rispondo che quando un partito politico fa un congresso, deve costruirsi la base elettorale del congresso, e poi deve avere le garanzie che il dibattito e il voto vengano fatti in maniera corretta. Certo, l’Italia non è più abituata ai congressi, ma ai partiti personali in cui i leader decidono tutto.

In campagna elettorale dal Pd si è contrapposto ad Almirante quasi solo Berlinguer e non, ad esempio, Moro. Che rilievo ha oggi nel suo partito la cultura cattolico-democratica?

Un grande ruolo. È la cultura da cui io vengo, è quella che di fronte all’Italia di oggi ha molte risposte, perché in questo momento, di fronte alla disgregazione sociale, all’individualismo crescente, alle reti strappate, c’è bisogno di costruire riferimenti importanti, e una parte di questi hanno i valori proprio del cattolicesimo democratico. È una sfida doppia per me, perché riconosco nel racconto identitario che sta facendo Meloni un riferimento reazionario alla religione. La stessa scelta di alcune persone nei ruoli chiave va nel senso di un cattolicesimo iperconservatore, che esiste molto forte negli Stati Uniti trumpiani, in Spagna, in Francia. Il cattolicesimo sociale in cui io sono cresciuto è tutta un’altra cosa rispetto a questo. Cerca di raccontare i valori della solidarietà, spinge in direzione del comunitarismo, in contrapposizione all’individualismo dei forti. In questo mi sento sfidato culturalmente. I miei maestri sono Andreatta, Martinazzoli, Prodi, il personalismo di Maritain...

Oggi Conte si propone come riferimento dei progressisti... Il Pd che cosa vuole essere?

La nostra grande forza è proprio che tra le sue radici profonde c’è anche il cattolicesimo democratico, tipicamente italiano ormai. Il Pd è un mosaico fatto di tanti tasselli e deve trovare una coerenza.

I tasselli sono le correnti che hanno contribuito a terremotare il partito? È arrivato il momento di cambiare tutto e lasciare spazio a una nuova guardia?

Io sono rimasto alla guida per essere il garante di un passaggio di testimone a un Pd con un forte ricambio generazionale. Ne sono straconvinto ed è il motivo per cui non ho mollato.