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Guerra in Yemen. Export di armi, ong ricorrono contro nuova richiesta di archiviazione

Luca Liverani martedì 15 marzo 2022

Frammento dell'anello di sospensione della bomba prodotta in Italia da RWM rinvenuto sul luogo della strage

Non ci sarebbe abuso d’ufficio, né complicità in omicidio, da parte dei dirigenti dell'azienda bellica italiana Rwm e di Uama (Unità per le autorizzazioni dei materiali di armamento), indagati per l’esportazione di bombe verso la coalizione saudita. Ordigni italiani che, in modo documentato, l'8 ottobre 2016 hanno sterminato una famiglia di civili yemeniti. È quello che sostiene il pm della Procura di Roma, che ha chiesto - per la seconda volta - l’archiviazione della denuncia contro i vertici dell’azienda Rwm e dell’ufficio dell’agenzia presso la Farnesina, depositata quattro anni fa da tre ong: italiana, tedesca e yemenita. Le organizzazioni della società civile hanno impugnato la decisione, chiedendo al giudice per le indagini preliminari il rinvio a giudizio dei dirigenti coinvolti nella vicenda di export di armi: le prove raccolte, sostengono le ong, sarebbero sufficienti per passare direttamente al processo.

A presentare la denuncia nel 2018 erano state Rete italiana pace e disarmo, Centro europeo diritti costituzionali e umani (Ecchr) e Mwatana for human rights. Alla prima richiesta di archiviazione le ong avevano presentato ricorso. E nel 2021 la gip l’aveva respinta: inviando di nuovo il fascicolo al sostituto procuratore, perché proseguisse le indagini, chiedendo allo steso tempo l’iscrizione nel registro degli indagati dei dirigenti di Rwm e Uama.

Ora questa seconda richiesta di archiviazione viene accolta con sconcerto dai denuncianti: «Chiedere l'archiviazione dopo quasi quattro anni di indagini è un duro colpo per tutti i sopravvissuti agli attacchi aerei in questione», dichiarano le tre organizzazioni. Il bombardamento «non aveva un obiettivo militare identificabile e ha ucciso e ferito civili. L'assassinio della famiglia Husmi e le ferite subite da uno dei sopravvissuti, Fatima Ahmed, non sono solo "danni collaterali", ma il risultato di un attacco deliberato contro i civili».

Netto il giudizio delle tre ong: «Il pubblico ministero si è astenuto dall'indagare il ruolo e la responsabilità dei dirigenti aziendali di Rwm Italia - sostengono - trascurando completamente la dimensione della responsabilità aziendale. Ha limitato la portata delle sue indagini al reato di abuso di potere da parte delle autorità italiane di esportazione». La richiesta di archiviazione, secondo le organizzazioni, «ignora deliberatamente le prove-chiave raccolte», che confermano «che l'anello di sospensione» della bomba prodotta in Italia, trovato dall'ong yemenita Mwatana for human rights proprio sul luogo della strage, «faceva parte di una spedizione trasportata in Arabia Saudita tra il 9 aprile e il 15 novembre 2015». Cioè quando «la comunità internazionale era pienamente consapevole del conflitto in Yemen e aveva già condannato potenziali crimini di guerra presumibilmente commessi dalla coalizione saudita».

«Davvero sorprendente - dice l’avvocato Francesca Cancellaro, legale delle ong - perché la gip aveva detto che la tutela dei posti di lavoro alla Rwm, sostenuta da Uama come una delle giustificazioni per l'autorizzazione all'export, non poteva giustificare violazioni di legge. E alla richiesta al pm di ulteriori accertamenti, il sostituto procuratore ha risposto con una indagine molto povera, e una nuova richiesta di archiviazione che ricalca la prima. Come se nel frattempo non ci fossero stati l’appello, la richiesta della gip, gli altri elementi forniti dalle ong». Per questo i legali dei denuncianti sostengono che invece «ci sono tutti gli elementi per l’imputazione coatta degli indagati: il gip forzi il pm a rinviare a giudizio gli indagati e andare al processo, per accertare le responsabilità degli attori pubblici e privati».