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Lo psicoterapeuta. Kleponis: «Così possiamo lottare contro il porno che ci invade»

Luciano Moia giovedì 11 maggio 2017

Trecento milioni di utenti visitano quotidianamente 260 milioni di siti pornografici. Il 75% sono uomini, il 25% donne, ma le proporzioni stanno rapidamente equilibrandosi in nome di una parità che in questo caso non fa onore a nessuno. Grazie anche a Internet, ma non solo, l’industria della pornografia è tra le più floride del mondo, visto che nel 2015 ha avuto profitti per 152 miliardi di dollari. Senza calcolare il sommerso. Non solo la parola 'sex' è quella più cliccata su internet, non solo il 60% dei siti è di natura pornografica, non solo si calcola che ogni secondo vengano spesi nel mondo 3mila dollari per acquistare contenuti pornografici, ma questa invasione massiccia di sessualità falsa, degradante e banalizzante, ha conseguenze gravissime. La prima è l’accettazione implicita. Se così fan tutti, vuol dire che dopo tutto è normale e non bisogna scandalizzarsi. Anzi, chi oggi si indigna per una scena di sesso hard, per uno spot carico di erotismo malato, è senz’altro un bigotto che non sta al passo con i tempi. Il senso del pudore è qualcosa che rischia di finire nell’archeologia dei valori. Ed è proprio l’obiettivo perseguito da chi muove l’industria del porno. La seconda conseguenza è la dipendenza conclamata che vuole dire patologie neuro-funzionali, difficoltà relazionali, ansia, depressione, psicosi e disfunzioni sessuali. Le vittime sono soprattutto giovani e giovanissimi, ma non solo. Ci sono anche adulti che, a causa di questa dipendenza, mandano a rotoli famiglia, lavoro, relazioni. Ma se ne parla troppo poco. Sia a livello scolastico, sia pastorale. Per questo un’iniziativa come quella sostenuta da varie associazioni (Puri di cuore, Age, Agesc, Alleanza Cattolica, Felceaf, la federazione dei centri di aiuto alla famiglia) merita di essere sostenuta e promossa. Il ciclo di incontri che si intitola 'Il porno fa male, liberi tutti' parte da Roma (due appuntamenti stasera e domani), per proseguire a Milano (sabato 13, Rosetum, ore 10,30) e poi fino al 21 maggio in altre città (Como, Verona, ancora Roma, Palermo e Perugia). Protagonisti del tour lo psicoterapeuta Usa, Peter Kleponis, e il sacerdote cattolico, anche lui americano, Sean Kilcawley.Tutti gli incontri sono organizzati da'Puri di cuore', l’associazione messa in piedi da Luca Marelli, 53 anni, imprenditore comasco, 4 figli e un passato di dipendenza dalla pornografia: «Ho lottato per oltre dieci anni con questo male oscuro e ne sono uscito grazie alla misericordia di Dio. Credo che il mio cammino nello Spirito possa essere un aiuto per tutti coloro che stanno vivendo la mia stessa sofferenza».

Lottare contro la dipendenza dalla pornografia che inquina la mente, schiavizza le persone e disgrega le famiglie, è difficile ma non impossibile. Il primo passo è quello di informarsi, capire quanta ingiustizia e quanta sofferenza esiste in questo mercato che si alimenta innanzi tutto con la fragilità delle persone. Lo spiega lo psicoterapeuta americano Peter Kleponis, che ha messo a punto un metodo psicologico capace di armonizzare scienze umane e spiritualità cristiana.

Perché tanto impegno nella lotta contro la pornografia? Ho deciso di specializzarmi nel trattamento della dipendenza sessuale perché ho visto una grande emergenza e una grande sofferenza. Ormai da una decina d’anni incontro nella mia professione tanti uomini che mi chiedono di aiutarli a combattere contro questa dipendenza. Spesso sono le mogli che mi pregano di sostenere i mariti. Allora ho studiato il problema, ho frequentato corsi di specializzazione e ho esaminato i metodi più opportuni per trattare questa dipendenza sessuale. Ho anche sviluppato il primo programma per la dipendenza dalla pornografia con un approccio coerente con la fede cattolica.

Quali sono le industrie che ottengono profitto da questo mercato? Una lista lunghissima: mass media, prostituzione, giocattoli sessuali, traffico di esseri umani, negozi porno, tecnologia informatica (social media, videogiochi, app). Oltre ai profitti ricavati dai consumatori, queste industrie guadagnano milioni di dollari dagli inserzionisti. Si tratta di un’industria che fattura miliardi di dollari e che prospera sulle ferite psicologiche delle persone.

Possiamo tentare un identikit delle vittime?

Le prime vittime – capisco che può sembrare strano – sono i protagonisti stessi, cioè attori porno, donne e uomini. Sono persone che accettano di entrare in questo mercato perché, per la maggior parte, profondamente fragili e ferite. Molti sono dipendenti dal sesso, dalla fama e dal denaro. La maggior parte, almeno negli Usa, ha trascorsi di abusi. Spesso lottano anche con la dipendenza da droga e alcol. La loro aspettativa di vita media è di 37 anni, perché logorate da sovradosaggi di farmaci, da malattie sessualmente trasmissibili e purtroppo anche dai suicidi.

Attori a parte, quali persone cadono in questa dipendenza?

La maggior parte delle persone che ricorrono alla pornografia presenta profonde ferite emotive. Il tentativo di fuggire da varie forme di sofferenza li porta a diventare dipendenti. Ma anche i familiari di queste persone sono vittime, soprattutto mogli e mariti di coloro che vivono questa dipendenza, e che sperimentano la delusione del tradimento. Molti di loro lottano con disturbi da stress post- traumatico.

Con quali conseguenze?

Negli Stati Uniti, la dipendenza da pornografia risulta tra i fattori determinanti nel 56% dei divorzi. Tanti perdono il lavoro. C’è una dipendenza compulsiva che induce il ricorso alla pornografia anche sul posto di lavoro. E le aziende oggi hanno politiche rigorose, per cui scatta spesso il licenziamento.

Come difendere i giovani da questo rischio?

Sono le persone più vulnerabili. Soprattutto i giovanissimi. L’età media dei bambini che incontrano per la prima volta la pornografia hard-core sulla rete è di otto anni. La più grande popolazione di utenti di pornografia via Internet è costituita da adolescenti tra i 12 e i 17 anni.

E i genitori come possono intervenire?

Devono innanzi tutto tenere conto che i giovanissimi sono nativi digitali. Espertissimi nell’uso di computer, tablet, telefoni cellulari, sistemi di videogiochi, applicazioni e tutte le forme di social media. L’industria della pornografia è consapevole di questo e ricorre a tecnologie sempre più avanzate per attirare i giovani verso la pornografia e per renderli poi dipendenti. Ciò assicura clienti permanenti. Sanno bene che questi ragazzini andranno alla scoperta di tutto quanto ha sapore di novità tecnologica.

Pensa che sia veramente possibile elaborare una strategia per spezzare il dominio della pornografia su Internet?

Credo che le persone possano contrastare in modo efficace il loro bisogno di ricorrere alla pornografia e liberarsi da questa dipendenza. Attualmente negli Stati Uniti ci sono diversi programmi di aiuto. Il successo degli interventi richiede da parte delle persone che vi ricorrono totale onestà e trasparenza. Ma anche senso di responsabilità e disponibilità di aprirsi a una dimensione valoriale e di spiritualità.

Lei parla spesso di un programma di recupero coerente con una visione cristiana della vita. Possiamo capirne qualcosa in più?

Sì, il programma che ho messo a punto intende contrastare la dipendenza dalla pornografia attingendo anche dalla spiritualità e dalle virtù della fede cattolica. Li chiamo i sette punti di recupero.

Proviamo ad elencarli

Sì, il primo punto riguarda onestà, conoscenza e impegno. E cioè assumere la responsabilità della propria dipendenza, e riconoscere le proprie debolezze. Gli altri punti, in estrema sintesi, riguardano la necessità di purificare cuore e mente anche con un’informazione approfondita del male rappresentato dall’industria pornografica; lasciarsi aiutare dai terapeuti, ma anche dai familiari e da un direttore spirituale; seguire con impegno il programma di counseling: non trascurare la preghiera; riscoprire il valore dell’educazione e di virtù cristiane come speranza, umiltà, onestà, pazienza, perseveranza, sacrificio, fiducia.