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Crisi . Arriva il giorno di Conte. Per il governo Pd-M5s è corsa a ostacoli

Redazione Romana lunedì 19 agosto 2019

«A me interessa soltanto che ci sia un governo. Bisogna evitare il voto per scongiurare l’aumento dell’Iva. Per mettere in sicurezza gli italiani. Dei giochi dei partiti, compreso il mio, non me ne occupo più». Matteo Renzi, davanti alle telecamere e nelle telefonate più private, ripete lo stesso ragionamento e conferma il suo impegno per allontanare lo spettro delle urne. È l’ex leader del Pd il "Grande Stratega". È lui che dà la linea ai Dem. È lui il riferimento dei "responsabili" di Fi. Eppure tutto sembra complicatissimo.

La strada che può portare a un governo Pd-M5s con l’eventuale sostegno di un pezzo di Fi non è asfaltata, è minata. Troppi interrogativi: quali ministri? Quale premier? Quale programma? Quale maggioranza parlamentare? Sono ore complicate. Ore di telefonate. Di vertici ufficiali. Di riunioni di partito.

Luigi Di Maio più volte alza la voce contro l’ex premier del Pd e la sua squadra: «Un governo Renzi, Lotti e Boschi è frutto solo delle bufale della Lega». Non è però l’altolà che chiude i giochi. Oggi non è più Di Maio a dare la linea dentro il Movimento. È Davide Casaleggio a decidere. Con un solo vero interlocutore: Beppe Grillo. E con i due capigruppo che tengono i contatti con il Pd dove dietro le quinte si muove Dario Franceschini supportato da Marcucci e Delrio.

Tutti aspettano il discorso di Giuseppe Conte martedì alle 15 al Senato. E il Pd capisce che molto dipende proprio dalle mosse del premier. Se Conte, dopo il suo intervento, salirà al Colle per dimettersi sarà un punto a favore dell’ipotesi governo Pd-M5s. Se invece deciderà di aspettare un eventuale voto di sfiducia, tutto sarà più complicato. I tempi lunghi non aiutano. Il voto contrario del Pd a Conte non aiuta. Ma su questo Renzi è chiarissimo: «Noi votiamo contro il governo Conte-Salvini-Di Maio che ha messo in ginocchio l’Italia. Noi votiamo perché vada a casa». La domanda è obbligata: "noi" vuol dire i renziani o i senatori del Pd? Renzi risponde netto: «Noi senatori del Pd».

È complicato immaginare la fine del libro. Ma ci sono dei punti fermi. Uno: Grillo e Casaleggio hanno chiuso definitivamente la parentesi Lega. Due: Romano Prodi ha detto sì a un fronte largo per fermare Salvini e per salvare l’Italia. E ora anche Fi potrebbe decidere di appoggiare un eventuale governo. Berlusconi resta silenzioso a guardare, ma sono giorni che Gianni Letta ripete che smarcarsi da Salvini è un passo necessario e, parallelamente, Mara Carfagna (è di oggi la smentita di una cena con Renzi) avrebbe già messo insieme una pattuglia di trenta parlamentari sempre più tentati dalle sirene renziane. Si moltiplicano i retroscena e si accavallano le smentite. Nel gruppo azzurro che guarda con attenzione l’"esperimento Orsola" (nome italianizzato della presidente della Commissione Ue, dunque la riproposizione in Italia di un fronte come quello che a Bruxelles ha eletto Ursula von der Leyen) ci sarebbe anche Massimo Mallegni che, oltre che senatore, è l’ex sindaco di Marina di Pietrasanta noto alle cronache perché nell’estate del 2017 si sedette a tavola con Matteo Renzi al ristorante "la Cantina" di Marina di Pietrasanta. Oggi anche lui nega: «Ho aderito a Forza Italia nel ’94 e lì resto convintamente abbracciato a Silvio Berlusconi, una delle poche teste pensanti della politica nazionale e europea».

Tutto è complicato, ma inevitabilmente si guarda avanti e si ragiona su come potrà essere il governo che verrà. Casaleggio tratta con il Pd e il primo criterio riguarda i ministri. «Serve una netta discontinuità con il passato», ripetono dai due fronti. Insomma non ci sarà Delrio e non ci sarà Di Maio. Il nome che potrebbe essere invece "salvato" è quello di Padoan. E il premier? In attesa di capire il destino di Conte, il Pd aspetta segnali da M5S e fa capire che il solo nome del Movimento su cui sarebbero pronti a ragionare è quello dell’attuale presidente della Camera Roberto Fico. Ma se come appare più probabile si cercasse una figura esterna ai "partiti", i nomi sono quelli già in parte noti e comunque graditi al Quirinale. Tre su tutto: Raffaele Cantone, presidente in via d’uscita dall’Anac; Carlo Cottarelli presidente dell’osservatorio dei conti pubblici e Giovanni Maria Flick, ex ministro della Giustizia.

Entro fine mese tutto sarà chiaro, ma quello che pochi oggi dicono è che la vera partita che si è aperta in questi giorni riguarda il futuro inquilino del Quirinale. Nel Pd ma anche dentro Fi tutti guardano quella partita con la massima attenzione. Tutti ragionano sui tempi (a inizio 2022 scade il mandato di Mattarella e nel 2023 si concluderebbe la legislatura) e tutti capiscono che se il governo parte e Renzi lo fa durare sarà questo Parlamento a eleggere il prossimo capo dello Stato. E allora i dubbi riguardano proprio lui. Proprio la strategia dell’ex premier di Firenze. Oggi vuole far partire il governo e vuole restarne il più possibile distante. Ma magari tra qualche giorno il quadro sarà cambiato.