Attualità

Cristiano Gori. Nella pandemia il sussidio ha salvato oltre un milione di famiglie

Nicola Pini martedì 29 settembre 2020

Cristiano Gori

«Bisogna lasciarsi alle spalle le polemiche sganciate dalla realtà, superare il frastuono delle parole e andare a guardare alla vita delle persone. Che sarebbe successo durante la pandemia senza il Reddito di cittadinanza? Ho sempre detto che questa misura ha significativi limiti di disegno. Ma ha protetto un milione 100mila famiglie in questa emergenza, dando un contributo ingiustamente sottovalutato». Il professor Cristiano Gori, il «lobbista dei poveri» come viene definito nella presentazione del suo ultimo libro ('Combattere la povertà. L’Italia dalla social card al Covid 19'. Ed. Laterza) raccomanda prudenza. «Per il reddito oggi non servono enormi cambiamenti ma un atteggiamento pragmatico. L’agenda delle criticità è condivisa da tutti gli esperti. Ma bisogna partire dal punto di vista dei poveri».

Dall’episodio dei fratelli Bianchi in poi (i presunti killer del giovane Wil-ly, le cui famiglie percepivano il Rdc) non si contano le polemiche contro questa misura. Che sta succedendo?
Si sta scontando il modo sbagliato con cui è stato presentato il Rdc all’opinione pubblica da chi lo ha proposto, il M5s. Intanto perché non ha una natura miracolosa. E poi perché il principale obiettivo di questo tipo di strumenti è fronteggiare la povertà e non dare lavoro. Così ora si rischia l’autogol. Perché si può dire che siccome l’obiettivo del Reddito era dare lavoro e non c’è riuscito, è stato un fallimento e va superato. Ma così si minano anche le poliche anti-povertà che oggi sono rappresentate dal Rdc. E stato un errore far credere che con un colpo solo si sarebbero risolti tutti i problemi: dar da mangiare a chi ha bisogno e trovargli un posto.

Nel mirino c’è anche l’inadeguatezza dei filtri per evitare gli abusi. Molti finti poveri intascano l’assegno?
Va premesso che tutte le politiche antipovertà registrano una quota di frodi, l’efficienza dei vari Stati si misura sulla capacità di minimizzarle. Detto questo, mancano dati certi. Il ministero del Welfare e l’Inps hanno una marea di informazioni sui beneficiari del reddito ma non le rendono pubbliche. E questo è un problema: perché il sistema mediatico tende a rilanciare le prese di posizioni più estreme senza che possano essere verificate. Certo, la fretta di 18 mesi fa nell’introdurre la misura senza approfondire a sufficienza tutti gli aspetti non ha giovato. Finalmente abbiamo uno stanziamento antipovertà vicino alla media Ue. Siamo passati da zero ai 2,7 miliardi del Rei e agli 8 del Rdc. Ora bisogna intervenire sulle criticità: rafforzare i controlli, eliminare gli svantaggi che colpiscono le famiglie numerose, togliere i 10 anni di attesa per gli stranieri, migliorare i rapporti tra i Comuni e i centri per l’impiego. Bisogna metterci mano pragmaticamente, senza la voglia di radere al suolo. Per il governo Conte sarà una prova: saranno capaci di difendere il diritto sociale dei più deboli ad avere un sostegno e nello stesso tempo modificare la misura dove non funziona? E a separare l’obiettivo dell’inclusione sociale dall’inclusione lavorativa? Deve essere chiaro che quelli che potranno trovare lavoro, almeno nell’immediato, saranno sempre una minoranza. Anche perché per trovare lavoro, il lavoro deve esserci, non lo crea il Rdc.

È vero che il reddito scoraggia la ricerca del lavoro o spinge al nero?
Anche qui c’è un problema di disegno della misura. Bisogna dare un incentivo a chi trova lavoro, mantenendo per i primi mesi anche una parte del reddito.