Attualità

REPORTAGE. Fra la gente di montagna il sisma toglie sonno e pace

Dal nostro inviato a Campotosto, Marina Corradi mercoledì 22 aprile 2009
Quattrocento anime strette in un paesino di montagna a 40 chilometri da L’Aquila. Sotto la mole severa e ancora innevata del Gran Sasso un cielo che ti si allarga addosso, infinito, man mano che la strada sale. E poi, a 1400 metri di altitudine, un lago limpidissimo, con la diga dell’Enel, possente, a trattenere un invaso; e un pugno di case, due trattorie, la scuola, la parrocchia. Com’è il terremoto della montagna, il terremoto lontano dalle postazioni delle tv e dagli ingorghi dei mezzi di soccorso? Qui il sisma del 6 aprile non ha fatto tragici danni, né vittime. Ma poi, nelle notti seguenti, l’epicentro è andato avvicinandosi; ogni notte una scossa, non devastante, ma sempre più prossima ­come i passi di un nemico che andasse inerpicandosi su per questa strada deserta e tortuosa. Ne vedi nette le tracce sull’asfalto della carreggiata: da Arischia, l’ultimo paese verso L’Aquila, in quattro punti la strada è crepata, come strappata da due mani che abbian tirato in direzioni contrarie. Correva proprio qui sotto la faglia che ha disarcionato dal suo dorso le case dell’Abruzzo? Risali la strada in un silenzio assoluto. Pecore, greggi, un pastore a cavallo. Si affaccia il sole e subito il cielo si richiude, in un paesaggio splendido che pure incute una sottile paura - quasi una terra di divinità pagane, imprevedibili e ombrose. Non c’è un bar né una casa per chilometri. Si spegne il segnale d’antenna, sullo schermo del cellulare: si è soli allora sotto il Gran Sasso, massiccio, regale. La mole larga della diga avverte che si è quasi arrivati. La colata di cemento che trattiene il bacino sembra spessa metri, e non mostra la più piccola incrinatura. È inevitabile che ti venga in mente il Vajont - dove, pure, la diga tenne. Ma non c’è qui un Monte Toc in bilico sull’invaso. E la gente del posto non ha paura della diga. «È controllata con un sismografo satellitare», ti dice un vecchio sfollato nella tendopoli, col tono di chi parla di un cane imponente, ma che, si sa, non morde. Non è la diga la paura di Campotosto. È il terremoto, quei passi che dopo il 6 aprile sono come lentamente saliti da L’Aquila. Quasi ogni notte. Più leggere via via le scosse, come di un nemico che si acquieti. Ma siccome hanno visto, qui, di che cosa è capace quel nemico, non si fidano. Pochissimi tornano a dormire, la notte, anche nelle case non lesionate. Si dorme in quattro tendopoli, trecento sfollati in tutto. Croce rossa svizzera, Protezione civile, Comune - bravi, organizzati. C’è perfino una tenda asilo per i bambini, con la maestra che li fa giocare. Il problema è la pioggia, e il freddo della notte a 1400 metri, zero gradi, un freddo che ti si insinua nelle ossa. Ci sono, è vero, nelle tende le stufe elettriche; ma mancano, spiega il sindaco, i kilowatt per reggerle, quando sono tutte al massimo. Un paesano che abita a Roma, ed è elettricista, è tornato, per dare una mano. È li con i tecnici, che si dà da fare. Qui la gente c’è abituata, a darsi una mano da sola, prima che ad aspettarsela - qui fra queste montagne solitarie dove ogni grido nel silenzio si fa eco. Sali ancora, verso il cuore del paese. La farmacia. La scuola. È perfettamente in ordine, squadrata di cementi, nuova. Bussi, entri. In una stanza attorno a un tavolo siedono sedici vecchi, le braccia conserte. Uomini e donne del paese, tutti attorno e oltre gli ottant’anni. Una ancora veste di nero come le contadine dell’Abruzzo di un tempo, lo scialle di lana sulle spalle, la faccia segnata dal tempo e dal sole. Stanno lì, quieti, e aspettano. Da mangiare ne hanno, e la scuola è riscaldata. Dormono assieme nelle aule dei loro nipoti, sulle brandine; vestiti, e con le scarpe accanto al letto, perché chi ha provato una volta a farsi cogliere impreparato da quel boato atroce, non dorme più come prima. Sta pronto. Sta all’erta. Cecilia, figlia di una di queste signore, si alterna con altri a assistere i vecchi di Campotosto. Massaggia la nuca della madre, irrigidita dall’artrosi e dal freddo. Ci vorrebbe, per diversi di quelli che sono qui dentro, un ospizio, un ricovero, finchè l’emergenza non sia passata. Ma, spiegano, il medico del paese ha perso un figlio in città, l’altra notte, e ora non si sa a chi domandare. «Di che cosa avete bisogno, cosa vi si può far portare?», domandi. Silenzio. Poi un uomo molto in là con gli anni: «Cosa ci manca? Ci manca la pace delle nostre case». Il terremoto ora sembra essersi chetato, pago del suo sanguinoso bottino. Ma quei suoi passi, di notte, ancora li coglie, chi dorme con le orecchie tese. (Cecilia: «L’altra notte la terra ha tremato ancora, l’abbiamo sentita, ma era meno forte»). Torna a dormire in casa dalla tendopoli un signore che però, spiega, non chiude a chiave la porta, «perché, se arriva, bisogna fare in fretta». Dorme sotto il suo tetto con la figlia anche la vecchia signora Deli, 93 anni, che a tutti ha detto, ostinata, che lei da casa sua non se ne va. (E chissà, immagini, le notti di queste due donne anziane, sole nel paese abbandonato, mentre di uno scricchiolio, di un gemito, non sanno se è una persiana mossa dal vento, o è il nemico che torna). Ridiscendi verso valle, con un inconfessato sollievo nel tornare, da questa solitudine dell’Appennino, verso le città degli uomini. A una curva ti fermi a guardare bene quella crepa che strappa l’asfalto. Nera, sottile, netta: quanta forza ci vuole, che unghie ci vogliono per lacerare l’asfalto così? Scendi ancora, greggi al pascolo in una pace bucolica, il cellulare ancora muto. Finalmente l’abitato di Arischia, pure sfollata, pure costellata di case incrinate. Un ragazzo con la gentilezza che trovi ancora solo nei piccoli paesi t’accompagna a vedere il centro, la chiesa, medioevale, bella e anche lei ferita. C’è davanti, il giovanissimo parroco, 28 anni, fulvo di capelli come un barbaro. Don Gajda è polacco, è qui da appena 4 mesi. Mai saputo cos’è un terremoto. «Quella notte dopo la prima scossa – racconta – ho chiamato i miei compagni di studi a Roma. M’han detto: tranquillo, l’Italia trema da sempre, bevi una birra e vai a dormire». Ma alle 3 e 32 don Gajda si è svegliato nel letto che sussultava, nel fragore delle mura dentro la chiesa che cedevano. All’alba, appena ha potuto, è entrato nella sua chiesa a recuperare il Santissimo. Lo ha commosso una telefonata del vescovo di L’Aquila: «Mi ha chiesto: come stai? Hai di che vestire? Mi è sembrato che mi chiamasse mio padre». E ora la gente, ogni giorno un po’ più di quello prima, si aggira timidamente per le vie, attorno alla chiesa. Come volendo tornare, e non osando. Perché, come dice don Juve, il parroco di Campotosto che viene dal Madagascar, «in quella notte abbiamo scoperto che siamo un niente, che bastano pochi istanti perché tutto finisca». E questa memoria di impotenza si deposita, resta nella coscienza. Chi ha visto in faccia quel nemico che strappa a unghiate le strade, non si sente più padrone di sé, come prima. Da L’Aquila, all’Appennino, nella paura gli uomini si sono riscoperti povere creature.