Attualità

Fine vita. Dat, tocca al Senato ridare vita alla legge

Angelo Picariello sabato 22 aprile 2017

La partita del fine vita è più lontana dalla conclusione di quel che si pensi. Il Senato, sopravvissuto al declassamento programmato nella riforma renziana, non ci sta a recitare un ruolo di mera ratifica, su un tema peraltro così delicato, ma rivendica la possibilità di intervenire con miglioramenti al testo. E questo renderebbe necessario un ritorno alla Camera, obiettivamente difficile da ipotizzare nei tempi e in un clima da fine legislatura. L’esigenza più importante la segnala Beatrice Lorenzin. Il ministro della Salute dà nel complesso un giudizio positivo del testo, che aveva «problematicità che non sono state del tutto risolte ». Ma non tutte. «Molto si potrà fare al Senato. Ad esempio – spiega –, io il registro delle Disposizioni anticipate di trattamento (Dat) l’avrei fatto. È molto importante avere un sistema di valutazione e di raccolta delle dichiarazioni, soprattutto se date molto tempo prima, anche da persone disabili, per avere certezza che siano registrate in modo congruo». Non è tema da poco, questo. L’esigenza era stata segnalata anche dal notariato. Per fare in modo che le volontà dei pazienti risultino inequivocabili e di facile apprendimento in qualunque parte d’Italia, in ogni momento. Per queste ragioni si tratterebbe di creare un archivio nazionale, come avviene già per i testamenti. Ma ciò comporterebbe una serie di adempimenti e soprattutto una previsione di spesa che farebbero cambiare natura all’intero provvedimento (con nuovi passaggi) sin qui concepito a costo zero.

D’altronde c’è un precedente, sottovalutato nel dibattito alla Camera, dato dalla sentenza della Corte Costituzionale che bocciò la fuga in avanti del Friuli Venezia Giulia sulle Dat, imponendo il criterio dell’uniformità nazionale da garantire proprio con un unico registro cui si sarebbe dovuto dar vita. «Il registro è utile, anche se non indispensabile», concede la relatrice alla Camera, Donata Lenzi, del Pd, soddisfatta però della convergenza sul testo del ministro di Ap. Restano però forti dubbi sul rischio di introdurre surrettiziamente il suicidio assistito. Un rischio che ha indotto un gruppo di sei parroci del Molise a far suonare le campane a morto. La cosa diventa addirittura un caso politico, con la solita accusa di «ingerenza» da parte del Partito radicale. Il Centro studi Livatino, dopo l’appello firmato da 250 giuristi inviato a tutti i parlamentari, esprime di nuovo preoccupazione per il testo approvato alla Camera, «confuso, contraddittorio, impreciso e nella sostanza eutanasico» preconizzando che «esso avrà – se confermato dal Senato – gravi ricadute sul rapporto fra medico e paziente». In particolare, «la costrizione a sospendere idratazione e alimentazione, se assistite, insieme con trattamenti di sedazione profonda, sono in tutto e per tutto atti di eutanasia ». Inoltre, «a differenza di quanto dichiarato, l’obiezione di coscienza non è riconosciuta con le forme dovute».

Alla Camera è stato soprattutto il gruppo di Demos-Cd a portare un contributo alla mediazione con le proposte di Marazziti e Gigli. «Come gruppo abbiamo lasciato libertà di voto finale, nella convinzione che su questi temi ogni deputato debba poter decidere con matura responsabilità personale », ricorda il capogruppo Lorenzo Dellai, che personalmente ha optato per l’astensione. «Nel complesso – a fronte dei rapporti di forza in aula e della rilevante spinta mediatica – possiamo dire di essere soddisfatti del parziale, ma non irrilevante, contenimento delle visioni più individualistiche e radicali», rivendica Dellai. Si tratterà ora di fare i conti con gli equilibri molto diversi del Senato. Alla Camera il Pd ha potuto praticare una politica diversificata, cercando l’intesa nella maggioranza su punti che ha ritenuto di dover concedere (come ad esempio quelli che hanno ampliato il ruolo del medico e previsto una similobiezione di coscienza) salvo ripiegare sull’asse con M5S per tenere duro sui punti ritenuti essenziali, come la vincolatività delle «disposizioni» fino alla possibilità di rinunciare a idratazione e alimentazione. Ma ora – sono i ragionamenti che si fanno in queste ore fra i senatori – i numeri di Palazzo Madama non consentiranno questa sorta di 'politica dei due forni' e si imporrà una scelta.

Delle due l’una: o il Pd sceglierà l’asse con M5S o deciderà di fare blocco nella maggioranza. Ma l’asse con M5S è irto di incognite, ed espone al rischio di pressioni peggiorative dei grillini, volte a eliminare, ad esempio, l’obiezione di coscienza prevista. Se sceglie di praticare, invece, l’autosufficienza della maggioranza allora ci sarà da mettere mano al testo in maniera più molto più incisiva: «Certo – spiega Gian Luigi Gigli, di Demos-Cd, a nome di un gruppo trasversale di deputati cattolici che hanno firmato un documento comune, promettendo altra battaglia al Senato – il testo è stato molto migliorato in alcuni punti importanti, ma essendo però rimasto inalterato nel suo impianto iniziale, è divenuto ora pasticciato e contraddittorio, esponendo tutta la norma a rischi di contenzioso e di sostanziale inapplicabilità». Il testo arriverà in Commissione al Senato gravato di tutti questi problemi di natura tecnica e con interrogativi etici irrisolti. Il contesto politico potrebbe fare il resto. Da Ap fanno sapere che un clima come quello sulle unioni civili (da intesa a tutti i costi) a pochi mesi dal ritorno alle urne non sarebbe replicabile. E un senatore di lungo corso come Andrea Augello, del gruppo Idea, facendo ricorso a una triste analogia si dice convinto che potrebbe prevalere su tutto il desiderio di Renzi e del Pd di «staccare la spina» alla legislatura: «Il film è già scritto – pronostica –. La vittima la conosciamo già, ed è Gentiloni. L’assassino non può che essere Renzi. Manca l’arma del delitto, ma potrebbe essere un qualunque incidente parlamentare». Anche la norma sul fine vita.