Attualità

Torino. Dopo l'affido, 10mila ragazzi nel limbo

Luciano Moia venerdì 8 novembre 2019

I ragazzi dell’assocazione Agevolando, promotrice del progetto sull’affido

«Nessuno di voi può capire cosa significhi compiere 18 anni ed essere messi alla porta dalla comunità in cui siete vissuti per quattro, cinque, dieci anni. Quella che è stata fino a quel momento la tua famiglia ti dice: fai da solo». Ecco il dramma dei ragazzi fuori famiglia, vissuti in affido o in comunità, una volta diventati maggiorenni. L’hanno raccontato con una canzone rap l’altro giorno a Torino gli stessi ragazzi: «Cinghiate e calci in culo, liti in famiglia, provo a diventare più grande di un gigante, non m’arrendo, la vita vola, pretendo ancora». Parole inesorabili e sgradevoli, capaci però di fotografare la fatica di diventare grandi in una famiglia che si disgrega e finisce per arrendersi. Rabbia e nostalgia tra i ragazzi che hanno partecipato al convegno organizzato per raccontare la nascita del primo network di associazioni impegnate ad assistere dopo i 18 anni i ragazzi vissuti fuori famiglia. Per questi giovani adulti gli strumenti di tutela esistono spesso solo sulla carta esistono. Il tribunale per i minorenni può disporre com’è noto il prosieguo della cosiddetta tutela amministrativa in presenza di situazioni d’emergenza.

Ma il rispetto del dispositivo è legato alle risorse. Che quasi sempre mancano. E per 2.500-3.000 ragazzi che ogni anno escono dai percorsi di tutela, quando non si riaprono le porte delle famiglie d’origine, c’è solo il vuoto. Per questo Agevolando e Sos Villaggi dei bambini, lottano da anni per proporre percorsi alternativi, progetti in grado di pilotare i ragazzi verso l’età adulta senza il trauma di una nuova esperienza di abbandono. Così le due associazioni, in collaborazione con il Cnca e il ministero del lavoro e delle politiche sociali, hanno presentato la prima rete nazionale, Si punta a dare concretezza all’impegno a favore dei ragazzi fuori famiglia tra 16 e 24 anni. 'Per' loro, ma soprattutto 'con' loro, per ascoltarli e capire le loro esigenze. A dimostrazione ulteriore che affido – quello 'buono' – non fa rima con Bibbiano e che esistono decine di associazioni che operano con criteri di trasparenza e di efficienza lontanissimi da quanto visto e ascoltato nel caso dei servizi sociali della Val d’Enza. Le esperienze dei ragazzi hanno messo in luce drammi di cui non si parla mai abbastanza.

C’è Silvia che racconta come per lei il concetto di casa è sempre apparso come un guscio vuoto. Marco che ha trascorso 3 anni in comunità e 13 attraverso 5 affidi familiari diversi e che quindi l’unica casa della sua vita rimane quella della sua prima infanzia. Quella che non esiste più. Altrettanto struggenti, attraverso il racconto dei giovani, le difficoltà legate alla ricerca del lavoro, alla fatica – e spesso l’impossibilità – di proseguire gli studi universitari. Altra dogana insuperabile quella dell’assistenza psicologica, considerata fondamentale sia dai ragazzi stessi sia dagli addetti ai lavori. Ma mentre gli incontri nell’ambito della neuropsichiatria infantile sono agevolati e sostenuti, i servizi di psicologia per adulti non prevedono alcuna agevolazione per i 'fuori famiglia'. O si va con una prescrizione o si paga. Situazione che durante il convegno Orazio Pirro, responsabile del servizio di neuropsichiatria del Comune di Torino, ha definito «un disastro ».

Il procuratore del Tribunale per i minorenni di Torino, Emma Avezzù, ha messo tra l’altro in luce la difficoltà di avviare interventi di accompagnamento anche per la famiglie d’origine dei ragazzi. «Noi lo indichiamo nei nostri provvedimenti ma – ha detto – non sempre si realizza. Mancano i fondi degli enti pubblici». Non si tratta di una carenza da poco. L’impossibilità di intervenire sulle fragilità educative e relazionali dei genitori preclude la possibilità di un ritorno in famiglia del minore allontanato, come indicato dalla legge. E la scelta dei giudici, al là di tante semplificazioni mediatiche, diventa obbligata. Per questo l’impegno delle comunità, se verificato passo dopo passo, diventa prezioso.

Agevolando per esempio ha avviato il progetto 'Casa dolce casa' che punta a favorire l’autonomia abitativa dei ragazzi e, insieme, un passaggio controllato all’età adulta. Nelle case gestite dall’associazione – 9 a Bologna, 1 a Trento, 4 a Ravenna – sono accolti al momento 44 ragazzi, oltre a cinque progetti di coabitazione in famiglia sostenuti dall’associazione Ama di Trento. «I ragazzi possono sperimentare la loro autonomia racconta il presidente di Agevolando, Federico Zullo – ma viene loro garantito il supporto di un referente esterno in rappresentanza della nostra associazione ».

Nei mesi scorsi all’appello di Agevolando ha risposto una famiglia di Rimini che ha offerto un alloggio in comodato d’uso gratuito. E ora si spera che l’esempio possa essere ripetuto in altre città. A Milano è stato aperto uno sportello e si cercano appartamenti in comodato d’uso per dare risposte concrete alle tante richieste giunte dal capoluogo lombardo e dell’hinterland. Concretezza e trasparenza. La strada non può che essere questa.