Attualità

Il dibattito. Festival #tuttimaschi? No, grazie. Ecco perché

Antonella Mariani giovedì 10 settembre 2020

Foto di Peggy e Marco Lachmann-Anke

Attenzione, cari organizzatori di eventi, dibattiti e convegni. Nell’Italia del 2020 non passa inosservato il fatto che nel panel di invitati sono #tuttimaschi. Si finisce per essere additati come sessisti o, peggio, misogini. È accaduto ai promotori del Festival della Bellezza di Verona, in programma fino al 19 settembre all’Arena e al Teatro Romano della città scaligera.

La lista dei partecipanti è ricca e autorevole, da Alessandro Baricco a Vittorio Sgarbi, da Michele Serra a Mogol, da Edoardo Bennato a Massimo Recalcati. Una lista che presuppone senz’altro un enorme lavoro organizzativo, immaginandoci le difficoltà ad assicurarsi ospiti e location in tempo di pandemia, però clamorosamente a senso unico: tra i 22 ospiti chiamati a discutere e rappresentare “Eros e Bellezza” compaiono solo due donne: l’attrice Jasmine Trinca e la pianista Gloria Campaner. Qualcuno ha fatto notare che tra gli organizzatori del Festival ci siano anche delle donne: possibile che non abbiano avuto nulla da ridire? Però sono due su 11 tra direttori e board. Troppo poche, in effetti.

Al di là del fatto di cronaca, già ampiamente dibattuto, alcuni aspetti meritano un approfondimento. Lo faremo provando a confutare le argomentazioni di chi, per vari motivi, non trova affatto inappropriato che in un evento culturale rilevante le donne non siano sul palco a portare il proprio contributo di pensiero.

“Le donne spesso preferiscono non esporsi”. “Nessuna donna ha accettato l'invito".

Gli organizzatori dell’evento veronese hanno risposto alla valanga di critiche, raccolte in massima parte su twitter con l’hashtag #tuttimaschi, spiegando che avevano contattato Patty Smith, Charlotte Rampling, Ute Lemper, Jane Birkin e via elencando, “impossibilitate a partecipare per le problematiche relative al Covid”. Viene da chiedersi se non ci fosse stata proprio nessuna che potesse venire da posti più vicini, tipo l’Italia, come del resto tutti gli ospiti maschi… “Molte altre figure femminili sono state invitate, ma non se la sono sentita di intervenire in un periodo difficile in un contesto particolare come l’Arena di Verona”.

C’è un pizzico di verità nel sostenere che le donne sono in generale più ritrose degli uomini, amano meno il palcoscenico e si tirano indietro più spesso. Ma non è un buon alibi: si tratta casomai, se si crede che sia giusto ed equo, di sollecitare di più la partecipazione delle donne, di incoraggiarle, di andare a scovare nomi e volti e testimonianze nuove. Molti già lo fanno. Può essere più faticoso che pescare nel giro dei soliti-uomini-noti-e-disponibili, è vero. Ma la pigrizia culturale non è un’attenuante. Se si lasciano prevalere gli automatismi, non si rappresenta la realtà e se ne nasconde una parte fondamentale dalla scena pubblica. Insomma, si diventa un po’ complici di una società iniqua.

"Non ci sono esperte donne su questo o quel tema"

Questa è una frase non solo ingiusta, ma anche falsa. In ogni branca della scienza, della cultura e dell'arte ci sono donne autorevoli e competenti. Magari sono meno esposte mediaticamente. Se può servire, esistono sul web delle liste di esperte, elaborata proprio per aumentare la visibilità di ciò che esiste nei fatti, cioè l'expertise femminile. Una è quella promossa dall'Osservatorio di Pavia e dall'associazione di giornaliste Gi.U.Li.A, con la Fondazione Bracco: 100 donne contro gli stereotipi. Un'altra è 5request500womenscientists, più internazionale.

“Additare questo o quell’evento che non rispetta le quote diventa una caccia alle streghe”.

Anche qui c’è del vero: finire nel frullatore dei media può essere devastante per professionisti che lavorano a lungo per promuovere eventi in tempi così difficili come quelli attuali non solo per colpa del Coronavirus ma anche per la scarsa considerazione di cui gode, in generale, la cultura presso il grande pubblico. Però chi fa questo lavoro deve esserne consapevole (e la maggior parte, lo ripetiamo, lo sono già abbondantemente): la sensibilità rispetto alla parità di genere nei contesti più vari si è allargata e approfondita. La rete è fatta da migliaia e migliaia di occhi che esaminano, controllano e criticano; molti di questi si divertono a spulciare i programmi degli eventi e denunciare i manels, cioè i panel fatti di soli uomini.

Ma non è solo il timore di incorrere nelle ire delle “guardiane del web” che dovrebbe convincere gli organizzatori di eventi a offrire spazi equilibrati: questo equivarrebbe a usare la donna-ospite come una foglia di fico per sembrare attuali e politicamente corretti. In questo caso, sarebbe un semplice pinkwashing, una pittura rosa che si posa sulla superficie senza cambiare davvero nulla in profondità. L'intero mondo della cultura, o perlomeno quello che ha ancora qualche dubbio, dovrebbe davvero abbracciare con convinzione l'idea che il pensiero femminile vale, ha una sua peculiarità ed è necessario fargli spazio perché arricchisce. C’è da aggiungere, a onor del vero, che in altri Festival importanti, come quello letterario di Mantova o quello della filosofia di Modena, nei panel il genere dei relatori è decisamente più equilibrato.

“Si pretende la presenza femminile ai convegni. E allora perché non una quota riservata agli omosessuali o ai disabili”?

In primo luogo non si tratta di “pretendere” la presenza femminile, né di imporre obblighi agli organizzatori di eventi culturali o scientifici. Si tratta di riconoscere che i tempi sono cambiati e che la parità non deve essere più una parola vuota o astratta per nessuno. Mescolare il tema della parità di genere con quello delle minoranze significa voler sviare l’attenzione, un po’ come quando si dice che i “problemi sono ben altri”. Le categorie di femminile e maschile sono universali (anche se poi c’è una quota di persone che non si riconoscono nel modello binario uomo-donna, ma questa è un’altra storia), e a loro volta ne contengono molte altre.

“Sono polemiche femministe, sterili e inutili”

In realtà nel dibattito sono intervenuti anche molti uomini, compreso uno dei partecipanti al Festival della Bellezza, Michele Serra, che in un lungo articolo su Repubblica ha spiegato che non era informato sulla lista completa degli invitati ma che comunque nella difficile scelta tra non andare per sostenere una causa in cui crede e andare per difendere l’importanza di un appuntamento culturale, ha optato per la seconda. Un compromesso, ma assicura che per il futuro si preoccuperà di chiedere in anticipo la composizione del parterre. Già questa consapevolezza, se investirà – come crediamo - un sempre più largo numero di intellettuali, è un risultato che rende utile e produttiva la “polemica”. Si ricorderà il gesto del ministro Peppe Provenzano, che l'8 giugno scorso disertò una tavola rotonda virtuale a cui era invitato, sul tema della ricostruzione dell'Italia dopo la pandemia, perché c'erano solo uomini. "È l'immagine non di uno squilibrio, ma di una rimozione di genere", scrisse su Facebook.

Nuove sensibilità richiedono nuovi comportamenti. Il protagonismo delle donne in tutti i campi dello scibile umano (è di oggi la notizia che per la prima volta una donna, Jane Fraser, è stata chiamata a guidare in qualità di amministratrice delegata una delle principali banche quotate a Wall Street, la Citigroup) deve trovare rappresentanza nel dibattito pubblico. È una questione di parità di genere, certo, ma anche più concretamente di rendere più ricco e proficuo il confronto di idee. E di rappresentare una realtà non dimezzata.