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GLI AFFONDI DEL CAVALIERE. Il premier: «L'euro? Non ha convinto» Poi la frenata

Marco Iasevoli sabato 29 ottobre 2011
Un affondo che pare pensato, non casuale: «L’euro non ha convinto nessuno. È una moneta strana, attaccabile dalla speculazione, è di tanti Paesi ma non ha dietro una politica comune, non ha alle spalle una banca di riferimento. E così diventa problematico collocare i titoli di Stato». Berlusconi addossa alla moneta unica la responsabilità principale della crisi economica. Pochi minuti e si scatena l’inferno diplomatico: il Colle, le cancellerie dei Paesi europei, la Bce (la «banca di riferimento» di cui si sentirebbe la mancanza, tra pochi giorni a guida italiana) drizzano le antenne e attivano i canali informali per ottenere chiarimenti. Risultato: il Cavaliere dirama una nota. «Come al solito - spiega - sono stato interpretato in modo malizioso e distorto. L’euro è la nostra bandiera, è proprio per difenderlo che stiamo facendo tutti questi sacrifici». Poi conferma parola per parola la sua analisi macroeconomica, ma depotenziandola di connotati politici.Sono le 20.35 quando il premier cerca di dare un senso diverso alla frase detta. Ma nell’ora e mezza di vuoto tra la sua esternazione e il chiarimento i colonnelli della maggioranza, in privato, danno credito alle interpretazioni "maliziose": «Ha aperto la campagna elettorale, le gente ce l’ha con l’euro e lui cavalca lo scontento». «Vuole giustificare l’asta con tassi d’interesse oltre il 6 per cento dei bond decennali». «Ha risposto al duo Merkel-Sarkozy: loro mettono sempre in causa l’Italia, e il premier li chiama a correi per non aver favorito una solida governance Ue».La frase incriminatata il Cavaliere la pronuncia di fronte ad una platea di imprenditori convocati dal viceministro per il Commercio estero Catia Polidori. Tutto sommato "colleghi" ben predisposti nei suoi confronti. E lui ne approfitta: barzellette e gag, nel suo stile. Poi una promessa: «Dalla settimana prossima iniziamo a presentare i provvedimenti concordati con l’Ue, sono cose nell’interesse del Paese cui spero collaborino anche le opposizioni». È la conseguenza di quanto annunciato sin dal mattino in una telefonata andata in onda su Canale 5: «Con Bossi c’è un solo patto, arrivare al 2013. Non è vero che si va al voto nel marzo 2012, sarebbe un danno. E il governo tecnico porta alla paralisi. Ci siamo noi e faremo 18 mesi di riforme». Anche se in serata il ministro Roberto Maroni dice sibillino: «Se riusciremo a mantenere gli impegni di sviluppo e crescita con l’Europa il governo va avanti; se non ci riusciremo il governo si ferma». Ma è così ottimista, il premier, da immaginarsi già le «primarie in stile americano» per il futuro leader del centrodestra e il cambio di nome al «poco emotivo» Pdl.Poi aprono le Borse. La realtà chiama a una nuova strategia. E alle 18.30 il premier si presenta alla convention degli industriali con il coltello tra i denti. Ci sono tutti i suoi cavalli di battaglia: la giustizia che gli è costata «un miliardo» tra spese legali e risarcimento a De Benedetti, le 35 udienze che lo attendono da qui a gennaio, la volontà di lasciare la scena placata solo dal terrore di consegnare «il mio Paese, le mie aziende, i miei figli in mano a Bersani, Vendola e Di Pietro», la spiegazione della trafila istituzionale che trasforma i decreti «destrieri rampanti» dell’esecutivo in «ippopotami». «Entro la fine della legislatura cambieremo la Carta», ovvero i rapporti di forza tra l’esecutivo, il Parlamento, il capo dello Sato, la Consulta «con undici membri di sinistra» e il mondo della giustizia «dominato da Magistratura democratica». Poi la stoccata sulla moneta unica.Davanti ai «colleghi imprenditori», il Cavaliere è duro anche con quelli che dicono «ora arriviamo noi». Prima scherza («Non entrate in politica, io ho perso 5mila miliardi di lire»), poi sferza: «Non hanno piena consapevolezza dei problemi che ci precedono». Sembra rivolgersi soprattutto a Montezemolo, in questi giorni di nuovo sospettato di aver "pressato" i dissidenti azzurri che non vogliono le elezioni anticipate. E di essere, in qualche modo, l’ispiratore di quella lettera misteriosa in cui si chiede al premier un passo indietro. La missiva c’è e non c’è, i firmatari latitano, scajoliani e pisaniani sdegnatamente ne rifiutano la paternità, e le colpe ricadono sui cronisti delle agenzie che l’hanno resa pubblica. Ma Berlusconi e i suoi la temono perché sono lo specchio di movimenti interni reali